coperta d'autunno
La circonvallazione ovest è, come ogni mattino, un serpente infinito di auto e odore di fumo di scarico. La donna avverte un dolore fastidioso al collo del piede. Sono i crampi di una che calza scarpe con il tacco e si costringe a lavorare, di punta e tallone, sulla frizione. A fianco il figlio di otto anni, cinturato, gioca con il game boy. Il suono dei bottoni si mescola alle voci provenienti dall’autoradio. Dietro, la figlia di tre anni, cinturata, tiene in grembo una bambola avvolta in una piccola coperta di lana e si porta continuamente il dito alla bocca.
Piove fuori. Non in modo forte, ma piove. E fa freddo come sa fare freddo una autunnale giornata qualunque. Il tergivetro viaggia e pulisce il parabrezza con il suo ritmico gemito di spazzole consunte.
La coda delle auto è lenta come sempre. Esasperante più che mai. Per fare mezzo chilometro e entrare in città ci vogliono una quarantina di minuti sicuri. La donna lo sapeva che non avrebbe dovuto uscire di casa più tardi del solito in quanto si sarebbe trovata imbottigliata nel sicuro, abituale, ingorgo di pendolari del volante. Ma la piccola aveva pianto perché voleva la coperta per la bambola e nessuno riusciva a ricordare dove fosse finita dentro casa.
Ora, con un gomito appoggiato al finestrino e con il palmo della mano a sostenere il capo, la donna cerca di trattenere il desiderio di chiudere gli occhi e di addormentarsi dov’è. Pensa tra sé a quanto sarebbe bello che le auto, con qualche diavoleria elettronica, si regolassero tra loro autonomamente mantenendo le distanze di sicurezza e permettendo ai conducenti così, la libertà di movimento, di riposo o di lettura simile a come quando si viaggia in treno. Aveva letto qualcosa di questo in un articolo scientifico ma esso diceva che sarebbe potuto avvenire tra non meno di una quindicina d’anni.
Una quindicina d'anni di code quotidiane.
Il suono del clacson dell’auto dietro la sua la distoglie bruscamente dalle fantasticherie. Il semaforo, che si vede cinquanta metri avanti, è tornato verde e le macchine stanno rimettendosi in movimento. La donna spera intensamente di fare in tempo ad attraversare l’incrocio. Ma è un desiderio vano perchè il semaforo è già tornato rosso e questo la costringe a stare in pole position per il prossimo giro. Dietro di lei ancora il suono del clacson, a rimprovero infastidito, per non essersi buttata in mezzo l’incrocio lo stesso.
Trattiene dentro di sé l’imprecazione per non turbare i bambini e poi posa lo sguardo sul deflettore laterale.
“Ecco, ci mancava pure questa”. Dice tra sé.
Un ammasso di stoffe colorate coprono ora la visuale del finestrino. Una mano scura e lorda inizia a colpire la superficie di vetro mentre l’altra, la donna se ne accorge, conserva stretto al petto un corpicino piangente di pochi mesi.
Un senso di pena e orrore pervade la donna.
Come diavolo si fa ad andare per le strade con una creatura del genere in braccio? Verrebbe da prenderle a schiaffi queste qui!
L’ammasso di stoffa colorata emette un ghigno sdentato mentre invita la donna ad abbassare il finestrino.
La donna si chiede con ansia cosa può fare. Fuori piove con un freddo umido che ti entra nelle ossa. La borsetta, poggiata sul sedile posteriore, è irraggiungibile se non costringendosi ad uscire dall’auto. La donna pensa disperatamente ad una soluzione, a qualcosa che la giustifichi e la perdoni per quell’immobilismo costretto o, forse, nemmeno tanto. Il semaforo pare non essere mai stato rosso così a lungo. Il piede è poggiato sulla frizione pronto ad ingranare la marcia per scappare via lontano da quell’insostenibile imbarazzo.
S’avvede non subito del finestrino abbassato sul proprio lato mentre una mano si infila all’interno passandole davanti al viso. Trattiene l’urlo dentro di sé mentre vede il figlio consegnare, a quella mano disgustosamente puzzolente, la coperta precedentemente rubata alla bambola.
La donna riesce solo a dire: “Martino…”. Poi si volta dietro e incrocia gli occhi sgranati della bambina con in mano, tra le dita, il game boy .
Un moto di stizza le sale immediato. Il semaforo ritorna finalmente verde. Allora richiude il finestrino, ingrana la prima e a metà dell’incrocio inizia a gridare: “Martino!! Non ti permettere mai più…”
Il suono urticante del tergivetro la costringe ad agire sull’interruttore di spegnimento.Il bambino guarda oltre, lo sguardo serafico verso il cielo, e commenta: “Mamma, che bello, oggi mi sa che a ricreazione giochiamo fuori. E’ uscito un raggio di sole.”
Piove fuori. Non in modo forte, ma piove. E fa freddo come sa fare freddo una autunnale giornata qualunque. Il tergivetro viaggia e pulisce il parabrezza con il suo ritmico gemito di spazzole consunte.
La coda delle auto è lenta come sempre. Esasperante più che mai. Per fare mezzo chilometro e entrare in città ci vogliono una quarantina di minuti sicuri. La donna lo sapeva che non avrebbe dovuto uscire di casa più tardi del solito in quanto si sarebbe trovata imbottigliata nel sicuro, abituale, ingorgo di pendolari del volante. Ma la piccola aveva pianto perché voleva la coperta per la bambola e nessuno riusciva a ricordare dove fosse finita dentro casa.
Ora, con un gomito appoggiato al finestrino e con il palmo della mano a sostenere il capo, la donna cerca di trattenere il desiderio di chiudere gli occhi e di addormentarsi dov’è. Pensa tra sé a quanto sarebbe bello che le auto, con qualche diavoleria elettronica, si regolassero tra loro autonomamente mantenendo le distanze di sicurezza e permettendo ai conducenti così, la libertà di movimento, di riposo o di lettura simile a come quando si viaggia in treno. Aveva letto qualcosa di questo in un articolo scientifico ma esso diceva che sarebbe potuto avvenire tra non meno di una quindicina d’anni.
Una quindicina d'anni di code quotidiane.
Il suono del clacson dell’auto dietro la sua la distoglie bruscamente dalle fantasticherie. Il semaforo, che si vede cinquanta metri avanti, è tornato verde e le macchine stanno rimettendosi in movimento. La donna spera intensamente di fare in tempo ad attraversare l’incrocio. Ma è un desiderio vano perchè il semaforo è già tornato rosso e questo la costringe a stare in pole position per il prossimo giro. Dietro di lei ancora il suono del clacson, a rimprovero infastidito, per non essersi buttata in mezzo l’incrocio lo stesso.
Trattiene dentro di sé l’imprecazione per non turbare i bambini e poi posa lo sguardo sul deflettore laterale.
“Ecco, ci mancava pure questa”. Dice tra sé.
Un ammasso di stoffe colorate coprono ora la visuale del finestrino. Una mano scura e lorda inizia a colpire la superficie di vetro mentre l’altra, la donna se ne accorge, conserva stretto al petto un corpicino piangente di pochi mesi.
Un senso di pena e orrore pervade la donna.
Come diavolo si fa ad andare per le strade con una creatura del genere in braccio? Verrebbe da prenderle a schiaffi queste qui!
L’ammasso di stoffa colorata emette un ghigno sdentato mentre invita la donna ad abbassare il finestrino.
La donna si chiede con ansia cosa può fare. Fuori piove con un freddo umido che ti entra nelle ossa. La borsetta, poggiata sul sedile posteriore, è irraggiungibile se non costringendosi ad uscire dall’auto. La donna pensa disperatamente ad una soluzione, a qualcosa che la giustifichi e la perdoni per quell’immobilismo costretto o, forse, nemmeno tanto. Il semaforo pare non essere mai stato rosso così a lungo. Il piede è poggiato sulla frizione pronto ad ingranare la marcia per scappare via lontano da quell’insostenibile imbarazzo.
S’avvede non subito del finestrino abbassato sul proprio lato mentre una mano si infila all’interno passandole davanti al viso. Trattiene l’urlo dentro di sé mentre vede il figlio consegnare, a quella mano disgustosamente puzzolente, la coperta precedentemente rubata alla bambola.
La donna riesce solo a dire: “Martino…”. Poi si volta dietro e incrocia gli occhi sgranati della bambina con in mano, tra le dita, il game boy .
Un moto di stizza le sale immediato. Il semaforo ritorna finalmente verde. Allora richiude il finestrino, ingrana la prima e a metà dell’incrocio inizia a gridare: “Martino!! Non ti permettere mai più…”
Il suono urticante del tergivetro la costringe ad agire sull’interruttore di spegnimento.Il bambino guarda oltre, lo sguardo serafico verso il cielo, e commenta: “Mamma, che bello, oggi mi sa che a ricreazione giochiamo fuori. E’ uscito un raggio di sole.”
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