29 ottobre 2007

respiri di scuola

Impugni la matita colorata e con uno sguardo al quaderno ed uno alla lavagna provi a far stare le ampie lettere in stampatello, come chioccioline un po' costrette, dentro i quadrettoni della pagina. Le dita bianche ti fanno un po’ male per lo sforzo di non sbordare troppo. Il giorno prima la maestra ti aveva accarezzato il capo e detto: "sei bravissimo, continua così" e ti ha fatto un bel sorriso.
A te piace la maestra di scrittura. Certo, non gioca con te come facevano le maestre della scuola materna, perché questo, da meno di una settimana, è ora davvero per te un mondo nuovo e anche un po’ strano.
A differenza di prima, di ieri, di quando eri piccolo, si stà molto più seduti al banco per ascoltare e se ti viene il bisogno di alzarti, anche solo per andare a fare pipì, devi prima alzare la mano e poi aspettare il tuo turno. Qui mica puoi saltellare all’improvviso urlando, con la mano sulla patta dei calzoni a stringere il pisello, come eravate abituati a fare prima. Come non puoi nemmeno decidere di vagare nella stanza dove ti pare o di andare ad infilarti dentro qualche accogliente lettino per un pisolino ristoratore.
Ma in fondo questo è anche un bel posto nuovo dove si possono fare tante nuove amicizie.

C’è, per esempio, il compagno di banco biondino con il quale ti trovi anche ad andare a calcio assieme, in un campo di gioco vero, con le porte da gioco vere, e i birilli disposti sull’erba da poter calciare in aria per scherzo e le casacche colorate da mettere, da togliere, da stropicciare e poi lanciarsele addosso per dispetto.
C’è l’altro compagno, anche lui simpatico, che stà una fila avanti a te e tiene la pelle più scura della tua, quello con il quale ti trovi per giocare al parco nel pomeriggio, quello che il primo giorno fuori dai cancelli ti si è presentato dicendo: "Come ti chiami?", e tu gli hai detto il tuo nome e poi lui ancora: "Vuoi essere mio amico?", e tu hai risposto: "si". Così, semplici e diretti. E poi siete entrati assieme tenendovi per mano e tu non hai mica visto che la mamma dietro te aveva le lacrime agli occhi.
E poi ci sarebbe pure quella compagna con i capelli ricci come i tuoi, che stamane ti ha consegnato un biglietto colorato a mano come invito a partecipare alla sua festa di compleanno in quel posto che anche a te diverte sempre tanto. A lei tu piaci ma mica ti ricordi subito bene il suo nome difficile ancora.

Ora, però, la maestra ha chiesto la vostra attenzione per comunicare una cosa a tutti quanti.

La vedi poi scomparire oltre la porta e inizi ad eseguire quello che vuole preciso come un soldato. Ti guardi intorno e t’aspetteresti che pure gli altri facessero altrettanto ma non sembra così. Poco importa. Tu sei uno che quando vuole essere ubbidiente ci tiene a far vedere che le cose siano fatte come si deve. Ti senti quasi più orgoglioso e superiore agli altri bambini. O forse magari no, esageri a pensarlo davvero, perché non ti senti mai superiore a nessuno. Però questo gioco (ma sarà un gioco poi?) lo fai anche se non ti piace molto. Anche se non è una cosa che ti fa proprio buffire come quando giochi con lo zio quando ti viene a trovare.

Ma tu guarda gli altri come si stanno muovendo disordinati che sembrano quasi scimmie del libro della giungla! Tu, al contrario, ti costringi a stare fermo e immobile senza muovere un dito. Ti chiedi chissà mai perché la maestra vi avrà chiesto di fare questa cosa. Forse per valutare chi ha i polmoni più grandi e capaci? Se sapessero, loro, quanto tempo potresti rimanere così! Al campeggio, quando ti tuffi in piscina, hai imparato bene a come stare completamente immerso nell’acqua senza bere.
Certo è che la scuola è proprio strana, pensi. Qui se la maestra non si sbriga a rientrare... Senti di avere il petto pronto a scoppiare, le guance sono gonfie come due arance e il cuore batte fortissimo. Ti chiedi se riuscirai a farcela a rimanere così ancora un po’. Per aiutarti nello sforzo provi a immaginare il sorriso della maestra, la sua carezza in capo e lo sguardo invidioso dei compagni.
C’è che però…C’è che i tuoi compagni lì attorno a te, adesso, li stai vedendo parecchio maluccio invece, ti giungono sfocati alla vista mentre ti fischiano fortissimo le orecchie. C’è che è strano che ora tutti ti stiano a guardare in silenzio e immobili. Ora qualcuno si agita e apre la bocca, ma tu non odi uscire alcun suono. Tutti tengono la bocca spalancata e ti vien quasi da ridere perché paiono tutti tanti Nemo nell’acquario. Credi che ti vogliano applaudire mentre dietro loro appare finalmente l’alta figura che attendevi e che però non pare mica così sorridente come ti saresti aspettato. Eppure è talmente chiaro che solo tu, unico tu, hai mantenuto fede all’ordine dato. Ora speri tanto di ricevere un bel giudizio scritto da mostrare felice alla mamma una volta a casa. Già avverti in bocca, per questo, il gusto dell’ovetto di cioccolato in premio.
Non riesci più a pensare oltre. Stremato apri le labbra, lasci la tua fronte precipitare sul banco e, boccheggiante e paonazzo, mentre aspiri famelico l’aria attorno, ti ritorna il ricordo lucido e preciso della esatta frase udita dalla tua maestra di scrittura prima di uscire: "… e mi raccomando bambini vi lascio soli un istante, rimanete perciò seduti buoni buoni, ognuno al proprio banco, e fino al mio ritorno non …FIATATE!".

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2 Comments:

Anonymous Anonimo said...

Ti sei ispirato a qualche bambino in particolare o è tutta immaginazione?
Comunque, scrivi davvero bene (e non ti dico niente di nuovo!)
Clara

5:47 PM  
Blogger Writer said...

Si,l'aneddoto è vero grazie alla mia piccola divertente musa ispiratrice. Ben ritrovata qui.

1:00 AM  

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