07 luglio 2007

coppiette e doppiette


Mi venivi a prendere e già ti sentivo rombante arrivare prima che ti vedessi parcheggiare dall’alto del terrazzo di casa.
Tu mi sembravi davvero bella e lei lo era di più.
Quando ti salivo sopra amavo quello spazio angusto che mi concedevi, tra i sedili e il lunotto, per potermi stringere meglio al suo fianco.
Abituati oggi a SUV ampi come stanze d’albergo mi chiedo ancora come sia riuscito a stare in modo così confortevole lì dentro. E per così tante volte e ore di seguito.
Quella di due astronauti dentro la capsula del LEM, così ci sembrava la vita.
Stretti dentro l’abitacolo intimo che ci ha visto condividere segreti inconfessabili e le prime tenerezze.
Dentro lo spazio dove si è vissuto il tempo delle mele, delle verdi foglie e dei fogli rosa convertiti in agognate patenti di guida.
Ricordo l’odore muschiato e mischiato dell’arbre magique con quello della tua finta pelle scaldata dal sole; l’assordante tlac-tlac delle frecce incautamente attivate; il singulto dello spruzzetto d’acqua che mai è riuscito a lavarti decentemente il parabrezza perennemente sporco.
Ricordo il cigolio dei tuoi schienali impegnati a sorreggermi gementi; il dolore acuto della leva del cambio a premere dietro il mio ginocchio; l’avvolgente morbida apertura delle sue labbra che riuscivano sempre a farmelo dimenticare.
Ricordo il gelo di inverni, ai quali t’abbiamo costretto a sostare, con il riscaldamento a palla, e i nostri fiati impegnati ad appannare i vetri e i minuscoli deflettori.
"Va bene così", mi diceva lei rassicurata, "ora nessuno ci vede".
Ricordo l’agitazione, che a lei prendeva sempre alla fine, di rientrare a casa in tempo malgrado un motorino d’avviamento sempre troppo pigro.
Abbiamo scherzato e sterzato sopra bisiache sabbie d’autunno; esplorato argini che si perdevano tra i casoni al tramonto; sostato tra nugoli di zanzare nervose; sconfinato nel buio di casuali pioppeti; ammirato vele sull’acqua dall’alto di stradine del carso.
E lo abbiamo fatto assieme a te.
Quanto mi sarebbe piaciuto conservare una foto del tuo piccolo, buffo, muso che rimanda all’obiettivo la luce di due splendidi fanali: i suoi occhi azzurri.
Non ricordo come fu che ti persi di vista molto prima che perdessi di vista lei.
So solo che ti tradì per una tedesca alla moda. Più affidabile, certo, ma anche molto più anonima.
Peccato solo di non essere riuscito mai a guidarti da solo. Sarebbe stato un onore per me.
Ma non ero bravo come lei, te lo confesso, ad innestare doppiette per vincere la resistenza delle tue ruvide marce.
E ancora oggi, a distanza di un quarto di secolo da allora, mi rimane in ricordo la meraviglia delle sue gambe, lunghe e bianche, impegnate a spingere decise: frizione, acceleratore-cambio, acceleratore …
Oggi che nasci polacca e ti hanno sincronizzata, però, sei soltanto una tra le tante. Rassegnati è la globalizzazione.
Bentornata comunque.

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2 Comments:

Anonymous Anonimo said...

Ho scritto il mio commento, ma non lo trovo più!
Non me lo spiego.
Anch'io ho vissuto tante storie con la 500!
Clara

4:45 PM  
Blogger Writer said...

@ Clara: io invece così tante no, ma certamente sono state intense. Un saluto

12:48 AM  

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