31 maggio 2007

Il buio nella mente

Da quanto va avanti tutto ciò? Ti pare qualche settimana, o forse sarà un mese, forse persino da un bel po’ più di tempo. Si, è certamente molto di più. Subisci uno stillicidio di domande senza risposta che gocciolano tra i pensieri e vorresti tanto lasciarle lì, buone, nascoste. Vorresti non subirle nei suoi gesti quotidiani che sembrano trapassarti quasi le fossi trasparente. Nei suoi sguardi ormai senza alcun interesse. Nelle sue puntuali frecciatine sarcastiche con gli amici. La misura della sua lontananza l’avverti attraverso il silenzio rotto dal volume di un televisore acceso, l’indifferenza nella scelta di un film, l’accavallarsi delle belle gambe lontane e l’incrociare delle sue braccia. Vorresti tanto agitare l’aria con una felice battuta delle tue ma non ti esce più tanto bene neanche questo. Lei non sorride né ride più, ghigna.
Ma cosa succede tra voi?
Ci pensi e non riesci a capire o ricordare nulla. E allora così è pure peggio. Preferiresti un motivo concreto al quale aggrapparti. Spereresti ci fosse un altro da qualche parte perché almeno ci sarebbe una logica a tutto ciò. E magari ci sarà anche viste le numerose volte che si apparta da te per telefonare o da quanto ama pigiare i tastini di quel dannato telefonino che porta gelosamente sempre con sé.
Vorresti dirle qualcosa, rovesciarle a cuore aperto ciò che provi e liberarlo da quella morsa fredda che l’opprime. Non trovi coraggio nemmeno a sfiorarle le dita che giacciono posate sul cuscino lì vicino al telecomando. Gesti una volta disinvolti ora sono divenuti quelli di due estranei. Non c’è nulla di più lontano al mondo di due amanti divenuti estranei. Devi chiarire, devi decidere di parlarle prima che lo faccia lei perché se non lo fai rischieresti persino di passare per vigliacco e insensibile ai suoi segnali che probabilmente ti sta lanciando.
Apri le labbra incollate e ingoi l’aria mentre l’osservi alzarsi e dirigersi in cucina. La segui e l’attendi fuori. Lei ti guarda uscendo col bicchiere in mano un po’ stupita. Sorseggia mente tu le dici che vorresti parlarle, che dovreste parlarvi. Lei ingoia l’acqua con faccia sofferente e allunga la mano verso il tuo petto come per allontanarti. Ti dice che tiene un forte mal di testa e: "non è proprio il caso stasera, guarda".
E’ il segnale che temevi, l’interruttore che scatta e spegne il cervello. Afferri quella mano, poi le sue braccia, e la spingi a sbattere la schiena violentemente sulla parete più volte, più volte, più volte ancora come a voler far uscire quell’alieno che si è impossessato di lei e che te l’ha fatta cambiare nel tempo. Si, non può essere questa cosa, no davvero, non può essere lei stà maledetta stronza!!!
Ti svegli improvviso, torni cosciente con il fracasso del bicchiere in frantumi sul pavimento, il petto ansante, le mani ancora a stringere le sue braccia bianche, prima di lasciartele cadere inerti lungo il tuo corpo mentre ti esce un flebile e imbarazzato: "scusami tanto non volevo". Lo sguardo fugge ovunque da lei non sapendo proprio dove posarsi.
Lei, in silenzio, si osserva ora le macchie blu che iniziano ad affiorare sulla pelle, che sai delicata, con ostentato disgusto. Chissà per quanti giorni se le porterà addosso ora. Alzi le tue mani in segno di resa e la vedi sussultare impaurita come se la volessi di nuovo toccare. Il suo sguardo ti ferisce mille volte più di uno sputo sul volto. E solo ora comprendi che non è certo lei, tra voi due, il mostro nascosto dentro casa.

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12 maggio 2007

Sfumature, di piazze

L’uomo passeggia un po’ svogliatamente. E’ sabato e fa caldissimo. Non è ancora esattamente estate ma si avverte una canicola simile a ferragosto. Sulle dita di una mano tiene un cono gelato, sull’altra stringe le piccole dita di una bambina, sua figlia. Alle sue spalle il cigolio delle ruote del passeggino è una tortura per lui. Gli ricordano che avrebbe dovuto oliarle prima di uscire. Infatti sua moglie glielo stà rinfacciando tra uno sguardo e l’altro alle vetrine dei negozi. Il piccolo non pare disturbato dal rumore, ne sembra cullato. Si limita a borbottare qualcosa agitando le braccine con gli occhi chiusi. L’uomo cammina quasi trascinando con sé la bambina che ogni tanto corre per affiancarsi. Si sente stanco e spossato. La manifestazione è stata più lunga e faticosa del previsto. Nella piazza, gremita di persone vocianti e urlanti, frotte di bambini correvano dovunque ad osservare i palloncini nel cielo. Un palco di personalità che, da dove si trovavano, a malapena si udiva ciò che dicevano. Applausi. Un cardinale al termine ha dato la benedizione a tutti in nome dell'Altissimo e della Famiglia. Poi tutti via, come si poteva zigzagando tra le auto della polizia e le transenne, tra gli stretti vicoli delle strade, a defluire come apostoli inviati per una missione da compiere e testimoniare. Bella giornata non c’è che dire. Il cuore gonfio d’orgoglio, colmo dell’esatta consapevolezza di sentirsi nel giusto, lungo la strada maestra, la retta via. Colonne portanti della società e dell’umana vita quotidiana.

Le due ragazze passeggiano molto gioiose. Chiacchierano tra loro fittamente. Camminano a balzi. Hanno l’età dei sogni e delle utopie. Si tengono per mano. Provengono dall’altra parte della città, da un’altra piazza gremita, un altro palco, altri discorsi a malapena ascoltati, smorzati dal suono di chitarre scordate e dal ritmo allegro di danze irlandesi. Applausi. Slogan in rima. Slogan contro l’Autorità. Slogan contro tutto ciò ti sembra stia sopra. Pur se fosse anche l'Altissimo o qualche suo Vicario in terra. E pugni alzati contro il cielo avvertito come oppressore. Poi al termine tutti via, come si è potuto, zigzagando tra gli elmetti e i manganelli e le transenne. Felici per aver fatto nuove conoscenze, i cuori gonfi di voglia di vivere e l’esatta consapevolezza di essere nel giusto contro la mediocrità e la tristezza del vivere quotidiano.

La moglie è intenta ad osservare l’ennesima vetrina di abiti firmati.

L’uomo non ne può più, guarda disperatamente la gente passare attorno. Lo sguardo si ferma e seleziona. Le ragazze camminano verso di lui. Le osserva tenersi per mano. Non gli sembra una stretta tra amiche per la pelle, quella, gli sembra qualcosa di più, di molto più intimo. E’ un modo di tenersi la mano come faceva un tempo lui con sua moglie quando non lo era ancora. Quando i loro sguardi si perdevano in paesaggi e orizzonti più ampi di un angusto negozietto con vetrina.
I suoi occhi mirano l’apertura della leggera camicetta di una delle due ragazze, poi vanno a seguire i morbidi balzi dei seni, malamente coperti dalla piccola canottiera, dell’altra.
Le ragazze ora sono a pochi metri da lui e le ode ridere e scherzare tra loro. Nell’attimo in cui si vede passato i loro due volti si avvicinano rapidi e le labbra s’incontrano, poi riprendono a parlare fitto come nulla fosse.
Le vede ora di spalle allontanarsi, lo sguardo segue e s’incolla ancora a ciò che furtivo appare da sopra la cinta dei loro jeans a vita bassa. Le osserva e le vede sparire, nascoste alla vista, tra i passanti.
Inconsciamente con la lingua si bagna le labbra mentre il cono gelato suda e cola tra le dita. Sente un freddo improvviso dietro la nuca. Si volta e incrocia lo sguardo spento, o forse rassegnato, di sua moglie che gli fa cenno di riprendere la passeggiata.

Lui sa già per certo, che tra meno di cento metri, si fermeranno ancora.

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