27 aprile 2007

Le ragazze dell'est - 2

"Cosa vuoi fare?"
Osservo le sue spalle nude e l’apertura del maglione che lascia maliziosamente intravedere ciò che ogni uomo adora vedere.
"Beh, visto che sono appena rientrato sarei già pronto per uscire, data l’ora di cena. Conosci tu qualche buon posto dove poterci fermare?", dico, sforzandomi di convincermi che sia buona cosa non rimanere in casa.
"Come io? E’ uomo che deve scegliere no?", dice lei fintamente scandalizzata.
Bene. La fanciulla mi concede l’onore, e il piacere, di condurre la danza. Mica accade così spesso ormai. C’è un analfabetismo del protocollo d’approccio uomo-donna, in queste latitudini, da sconforto.
"Conosco un posto carino per mangiare non lontano da qui se a te va bene", consiglio.
Lei mi guarda e quasi con fatalità scrolla le spalle e accetta: "Va bene".

Usciamo.

Alla luce esterna è ancora più strepitosa di come l’avevo incontrata dentro casa quando, girata la chiave nella toppa, m’ero meravigliato di trovarmela ancora dentro, seduta sulla poltrona del salotto, a far finta di leggere con lo stereo acceso.
"Stai attendendo di entrare dal dentista?", le avevo detto con tono sornione.
"No, aspettavo te come d’accordo", mi aveva risposto continuando a leggere.
"Scusami per questo mio ritardo causa lavoro ma ero convinto che te ne fossi già andata".
"Come potevo andarmene se ti avevo promesso che ti avrei aspettato?", mi aveva ribattuto simulando stizza.

Davvero una ragazza fedele alla parola data.

Al ristorante il cameriere, mentre l’aiuta ad accomodarsi al tavolo consegnandole il menù, non le leva lo sguardo di dosso.
La cosa mi irrita e sento montare in me, piacevolmente sorpreso, una gelosia e desiderio di possesso, dimenticati da tempo.
Il locale le piace molto e lo trova davvero elegante. Non troppo affollato per fortuna mia, con un caminetto vicino a fare calda atmosfera. Ovviamente spento vista la stagione.
Faccio fatica a scorrere il menù e ci lasciamo consigliare dal cameriere.

Mi aveva spiegato e confidato, chi me l’aveva all'epoca presentata e ben referenziata come ragazza per le pulizie, che fosse una di quelle tipe che tendono ad essere esasperatamente controllate con il cibo e le bevande. "Quando lavora da me non prende nulla. Né una bibita, né tantomeno un caffe". Mi aveva detto tanto per farmi comprendere il tipo.
Non so perché ma avevo pensato allora che non fosse un buon segno. Normalmente prediligo le buone forchette in quanto le considero donne, con cui aver a che fare, più vitali e gioiose.

Mi aspetto perciò un’ordinazione degna di una salutista triste ed invece la odo ordinare una robusta tagliata all’aceto balsamico con contorno abbondante di patate fritte.
Mi sento alquanto sollevato.
Quando una donna al ristorante decide di mangiare vuol dire che si sente rilassata e sinceramente vogliosa di trascorrere una serata come si deve.
Mi unisco alla sua scelta pure io con un contorno di verdure crude.
Il vino, mi confida lei, lo gradisce solamente dolce per cui, per il pasto, si deve accontentare della semplice acqua sul tavolo. Io rinuncio con dispiacere a scegliere la bottiglia che già avevo adocchiato e mi limito a far portare un quarto di litro cabernet sfuso locale.

Mentre trascorre la cena penso a come certe volte le cose nascano in modo inaspettato.
Era nato tutto da una sua telefonata, la sera antecedente il 25 aprile, che mi informava del suo problema nel venire a farmi le pulizie di casa causa assenza di mezzi pubblici. Io, quale sciocco ripiego, mi ero offerto di passare a prelevarla in macchina, e poi riportarla, nel caso avesse deciso di venire comunque. Poteva essere in fondo l’occasione, le dissi, per fare assieme i lavori casalinghi, vista la mia giornata di libertà dall'ufficio, e poter sfruttare la cosa per far un po’ di chiacchiere più a fondo.
Alla mia curiosa proposta l’avevo udita sorridere dicendomi che ci avrebbe pensato.
Il mattino del venticinque mi era poi giunto puntuale l’sms con le sue scuse e la comunicazione che avrebbe preferito rimanere a casa. Stavo già per cancellare il messaggio un po’ deluso quando mi ero accorto che il testo proseguiva oltre. Mi proponeva, in alternativa, la pulizia per il giorno seguente. Inoltre aveva aggiunto che sarebbe arrivata più tardi del solito per potersi fermare a chiacchierare con maggior calma e che, in quel caso, avrei dovuto riportarla a casa come le avevo proposto.

Ora, seduti al tavolo, conversiamo piacevolmente incuranti degli sguardi degli altri avventori.
La stanchezza della giornata ha lasciato posto alla loquacità delle migliori occasioni. Ogni risata sua è carburante per nuove mie battute. La ragazza riesce a farmi da spalla adeguatamente e gli aneddoti suoi sono parecchio divertenti.
Al termine della cena, alla consegna della ricevuta, la proprietaria del locale mi sorride con l’aria di chi voglia complimentarsi per la evidente bellezza di chi sta al mio fianco. Sento le pareti della sala far rimbalzare ovunque il solito dannato monito-mantra che mi perseguita da giorni: "Ma non vedi che potrebbe essere tua figlia?". Lo leggo anche nello sguardo dell’uomo seduto al tavolino vicino l’uscita. Stringo nervoso le chiavi della macchina nella tasca dei pantaloni.
Una volta fuori la lascio camminare elegante davanti a me, verso il parcheggio, con l’orecchio incollato al telefonino.
La serata è bella e fresca e francamente non mi sta importando un dannato fico secco di cosa e con chi stia davvero conversando sottovoce.

Una volta a destinazione davanti la sua abitazione, prima che scenda dall’auto, la ringrazio sinceramente per la divertente serata. Lei ricambia con un sorriso e mi da appuntamento per il prossimo turno di pulizie nel mio appartamento.
La seguo con lo sguardo mentre apre e chiude il cancelletto di casa sua dietro sé.
Verifico se c’è un ultimo suo sguardo o saluto.
Non faccio tempo a formulare il pensiero che le sue spalle si dissolvono inghiottite dall’ombra del vialetto.

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11 aprile 2007

Le ragazze dell'est

Riposto il telefono, uscito dalla stanza, intento con piccoli balzi a non toccare con le scarpe le zone di pavimento non ancora perfettamente asciutte, riprendendo il dialogo momentaneamente interrotto, lei mi fa:
"E con le donne invece?".
Guardo i suoi occhi sorridenti che mostrano un che di malizioso.
"Quali donne?", rispondo come fosse la cosa più stupefacente di questo mondo.
"Oh, mica sarà difficile per lei trovare donna. Ce ne sono così tante in giro".
Dico: "Ma darmi del tu una buona volta per tutte, no? Questo lei insistente mi fa sentire davvero poco giovane. Mi aumenta l’età di almeno una decina d’anni!".
"Ma è difficile a me dare del tu a chi non è della mia famiglia! Da noi non si usa questo", mi dice quasi sconsolata.
"Allora da voi esiste una pessima abitudine, lasciatelo dire. E sappi pure che noi italiani ci siamo evoluti in esseri così altamente maleducati da evitarci qualunque formalità".
Ride.
"Allora provo ancora di nuovo a darti il tu. E mi fa tanto piacere anche che tu ti senta giovane. Perché, è vero, tu sei uomo giovane."
Ecco, in effetti la ragazza sa come dare il tu e tirare su un uomo da una giornata di palloso lavoro d’ufficio.
Lei continua: "Io quando esco la sera con amici italiani mi dicono tutti di avere problemi con proprie donne. "
"Ma pensa", dico io. "E lo confidano a te?"
"Si. E capita spesso che ci sono donne con noi in ristorante di trenta, trentacinque anni, e sono tutte sole. Così se tu vuoi venire una volta te le presento".
"Beh, grazie allora, terrò presente il tuo gentile invito per approfittarne appena possibile" e mi sfugge nel dire ciò un filino di sarcasmo nel tono di voce.
"Guarda che mica sono donne vecchie, quelle, per te!", dice lei prontamente.
"E ti pare che lo nego? Quella, per me, è l’età migliore e più seducente di una donna! Siamo sicuri però che siano donne davvero sole, senza uomini segreti in testa o lasciati da qualche parte temporaneamente? Perché sai, a volte, succede".
Rimane perplessa dalla mia osservazione mentre con la scopa in mano s’avvicina sino a sfiorare i miei piedi.
"Attenta! Una cosa a cui credono qui è che se ci si fa toccare da quella finisce che non ci si sposa più", sorrido sornione.
"Oh, beh, allora perché tu allunghi tuo piede proprio verso questa?" E ritira la scopa fermandosi e guardandomi negli occhi.
"Da noi una donna quando arriva a ventisette anni senza essere ancora sposata rischia di rimanere sola per sempre", dice.
"Da noi invece donne che si sposano prima dei ventisette anni sono una vera rarità, credimi, soprattutto qui al nord", asserisco.
Tempo prima mi aveva confidato di avere venticinque anni così inizio d’un tratto a veder apparire, sopra la sua testa, una spia accesa di colore rosso ad indicare: emergenza.
"Però non ci sono solo italiane qui ma anche tante straniere se tu vuoi. E poi so che molti italiani vengono in mio paese e conoscono donne del posto e sono contenti. Qui le donne vostre piace invece solo uscire con il Porsche la sera e avere tanti vestiti belli."
Mentre mi dice questo la osservo: scarpe eleganti, pantaloni di ottima marca e fattura, cintura griffata, borsetta in vera pelle abbandonata sul tavolo. Sarà critica con le italiane, non so quali compagnie altolocate frequenti, ma la ragazza nello shopping pare optare molto facilmente per l’acquisto expensive piuttosto che al cheap.
Prosegue:
"Un anno fa ho lavorato in grande villa con piscina, non lontano da qui, dove c’era una coppia, marito e moglie, separati in casa con ciascuno il proprio amante fuori. Per fortuna ci ho lavorato poco lì perchè sapessi cosa si urlavano tutte le mattine pensando che non capivo bene l'italiano. Ma come fanno a vivere ancora assieme così se loro non si amano più?"
Intuisco così che la ragazza oltre a ben spendere è pure una gran romanticona così mi appresto a stimare adeguato numero di carati infilabili sul suo esile anulare.
Rimango ancora a chiacchierare del più e del meno mentre l’orario volge al termine.
Mi ci è voluto tempo per accettare l’idea di lasciarle tranquillamente la mia casa a completa disposizione per qualche ora alla settimana. Adesso però mi piace l’idea di entrare in casa al termine del lavoro e di sentire la radio accesa su una stazione di musica. Mi intriga la posizione alternativa dei centrini di stoffa sopra il mobilio, che lei predilige lasciare sghembi appositamente per dare un tocco diverso e meno conformista. Sarò cretino ma mi piace persino la sua recente disinvoltura nel rispondere alle chiamate sul suo cellulare senza costringersi a conversare appartata da me. Tutto ciò mi dona una sensazione di forte calore umano e maggior confidenza.
Quando me la rivedo davanti vestita con gli abiti per uscire penso che non potrà certo avere problemi a trovarsi un ragazzo qui in Italia graziosa e alta com’è.
Confesso che i primi tempi avevo scelto di rimanere fuori di casa, fino a che non avesse terminato, un po’ per timidezza, un po’ per non intralciarla con la mia inutile presenza, e perché disabituato alla coabitazione, moltissimo per la sua fresca età che sento pericolosa come la nitroglicerina.
Forse il candore che ostenta se l’è costruito ed enfatizzato per avvicinare meglio le persone.
Perché trovarsi a vivere soli in luoghi lontani dagli affetti famigliari è un’esperienza che, seppur non vissuta da straniero, posso in parte comprendere per averla in qualche misura provata anche io alla sua stessa età.
La seguo sul pianerottolo. Un attimo prima di imboccare la seconda rampa di scale a scendere alza il viso in alto e mi saluta con la mano dicendomi: "Con le donne, mi raccomando però, datti da fare".
Le rispondo con un sorriso muto di riconoscenza, per il modo scherzoso di porgermi quel consiglio, e le invio una strizzata d’occhio complice.
Chiudo la porta dell’appartamento dietro me e ad occhi chiusi mi ripeto: "potrebbe essere mia figlia, potrebbe anche essere mia figlia…"
E’ una frase mantra che decido da subito di non seguitare a ripetere.

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