28 giugno 2006

Forza Gianluca

Sarà che lui è stato sempre uno schivo e modesto ai tempi in cui giocava, ha concluso da poco la carriera sui prati di calcio e non conservo una sua figurina panini (che certamente non scambierei con quella di Totti nè Del Piero).
Sarà che giocava nei medesimi ruoli nei quali ho giocato anche io da ragazzo: polmone mediano di centrocampo (stile canzone di Ligabue) o pendolare esterno di fascia, o a volte persino terzino tampona falle. Uno di quelli che sputano saliva e sudore senza gloria manifesta, utili solo a far risplendere sull’erba i fighetti con i calzettoni ribassati e con il Ferrarino fuori dello stadio.
Ma perché un ragazzo di poco sopra i trenta anni, friulano della bassa, nato a Latisana, dopo vent’anni di sport, anche ad altissimo livello (ha vinto almeno sei scudetti con la Juve), con una bella moglie e due dolcissime figlie, si spenga dentro al punto di gettarsi da una finestra rimarrà per tutti un mistero che non necessita svelare per il rispetto che si deve a cose così sconvolgenti e che segnano l’esistenza.
Voglio solo dire che lui, più che la playstation e il biliardo o le carte, nei suoi momenti liberi, magari dentro una stanza d’albergo durante una trasferta, preferiva star solo a leggere un libro, e a volte persino si dilettava a scrivere. E guarda un po’ io, in fondo, lo capisco pure. Che mi sembra persino di conoscerlo.
Dalla lettura di un articolo odierno riporto un suo breve scritto poetico:

Affrontare un avversario
è come affrontare le difficoltà quotidiane
a volte ti supera
a volte riesci a bloccarlo
sapendo che non devi mai smettere di correre
Grazie calcio
Per avermi insegnato a vivere giocando

Ecco, magari ha pensato semplicemente che il gioco fosse finito una volta appesi gli scarpini al chiodo, ed ora si trova su un letto d’ospedale a duellare con la morte.
Grazie a Dio i medici informano che ancora non ha perso. Io spero con il cuore che ritorni al più presto a quella sua vita a colori oggi smarrita. Perché è proprio “la parte buia di te” il peggiore e più pericoloso avversario che ti possa mai capitare di affrontare, prima o poi, per poi lasciartelo dietro le spalle, senza smettere di correre.

Etichette:

26 giugno 2006

Signori, paga il Banco

Quando il buon parroco del mio paese, una volta esaurita l’oratoria delle autorità convenute, ha chiuso il momento solenne con la benedizione, molti dei presenti tra la folla nell’assolata piazzetta di mezzodì, provati dalla martirio del sole a picco, hanno creduto di veder apparire sul tetto dell’edificio, tra le sagome dei nuovi pannelli fotovoltaici installati, il volto mistico della Beata Vergine dei Risparmiatori Pazienti.
E la calca impressionante che si è formata davanti l’ingresso per il taglio del nastro era solo per la disperazione di trovar refrigerio quanto prima all’insopportabile calura afosa.
Questa idea di far entrare nell’edificio del Banco Credito Cooperativo, in un giorno di festa domenicale, coloro che durante la settimana vengono a deporre sogni e desideri dentro libretti di risparmio al portatore o sui conti correnti e BOT, permettendo chiunque di aggirarsi liberamente tra le vetrate divisorie e l’arredamento nuovo di zecca come si andasse a spasso tra il mobilio di un negozio IKEA, mi ha restituito un effetto di famiglia e di voglia di sentire come proprio qualcosa che in fondo dovrebbe davvero esserlo.
Perchè assieme al confessionale del prete, al registro dell’Anagrafe, alla guardiola del carabiniere, diciamocelo, lo sportello della banca sotto casa è l’indispensabile tassello che completa la vita quotidiana di un cittadino e di una famiglia innanzitutto.
E a chi importa poi se alla fine i media parlano quotidianamente di: scalate di potere nei Consigli d’Amministrazione, OPA, fusioni spregiudicate, sfrenata concorrenza internazionale. Un potere economico sempre più incontrollato che, grazie alla tecnologia, è capace di trasferire interi PIL di nazioni da una parte e l’altra del pianeta nel tempo esatto che noi impieghiamo a pagare una tazzina di caffè al bar.
Ma poi, sarà mica roba che riguarderà proprio noi, piccoli risparmiatori, questa? Noi che conserviamo ancora in qualche baule dimenticato il primo maialino di porcellana con la fessurina per le monetine da accantonare.
Così, confortati dalla bellezza dell’involucro che abbiamo potuto toccar davvero con mano, assicurati a parole una volta di più sulla affidabilità e funzionalità dei servizi che ci verranno offerti, si può ben entrare finalmente felici e distesi dentro il tendone bianco innalzato lì vicino, a consumare tutti assieme il sontuoso pranzo offerto comprensivo di: antipasti a buffet, aperitivi, bottiglie di vino sui tavoli in bella mostra, orchestra sul palco e torta multipiano stile nuziale.
Il tutto incrociando di nascosto le dita perché non sia mai che: “con tuto stò bendiddio magari i finisse che i ne ritòca anca gli interessi”.

Etichette:

23 giugno 2006

Gino


Ci è capitato di incontrarlo che stava da solo quella volta che facemmo conoscenza di lui lassù, al rifugio, al termine di una ciaspolata sulla neve, attorno un tavolo già apparecchiato per la cena, coccolati dal tepore di una stufa e la cortesia di una tenutaria sorridente.
Si sedette tra noi un po’ perché non c’era altro posto, un po’ perché forse eravamo il gruppo più gioviale lì dentro.
Portava occhiali da Geppetto, Gino, e la barba incolta spruzzata di grigio. Sembrava avere un’età indefinita, forse quaranta anni, su per giù, o forse sessanta dalla maniera compassata che aveva di ascoltarti parlando poco.
Teneva la faccia mesta tipica di colui che preferisce fuggire da un mondo troppo vorticoso e tecnologico per i propri gusti.
Iscritto al CAI, apparteneva alla schiera di legionari delle montagne che amano rifugiarsi in mezzo le dolomiti a respirare la frescura delle cime magari fumandosi un’aromatica pipa o puzzolenti cigarillos. Come fece in effetti quella sera, a cena conclusa, isolandosi a guardare le stelle.
E ci son volute parecchie grappe per farlo parlare un po’ più di sé e scoprire finalmente per chi batte davvero il suo cuore.
Perché lui, ai piedi delle montagne, laggiù nelle valli del Cadore, conserva dentro casa nientemeno che un raggio di sole cubano. E ti chiedi quale alchimia possa essersi creata tra una donna caraibica, che probabilmente mai le era capitato di toccare la neve fino allora, e quella specie di orso burbero e solitario che troverebbe già incredibilmente esotico recarsi al mare grigio di Chioggia.
E' come aspettarsi di veder accoppiato un baffuto bruno picciotto della piana d’Agrigento con una pallida ragazza di San Pietroburgo nata ai confini gelidi della steppa. Una cosa così.
A Gino sarebbe molto piaciuto presentare quella sua donna, ci disse. Peccato che lei, come ogni anno già da un po’, si trovasse dall’altra parte dell’oceano a far visita ai suoi parenti. E ne doveva avere certamente molti, di parenti s’intende.
Ce lo disse con la tipica noncuranza di uno che vorrebbe convincerti che la cosa gli è davvero indifferente, che tanto tiene le sue belle ed eterne montagne a fargli compagnia. Così, con un sospiro e uno sguardo fugace al calendario appeso sulla parete, e l'ennesima ultima grappa trangugitata un'attimo prima di scendere e rientrare tutti a casa.

Etichette:

21 giugno 2006

Simpatica come la varechina

Spesso capita che tra singles si parli di cose quotidiane. Come il cibo per esempio.
Il frigo di un single, si sa, è facile trovarlo desolatamente vuoto e molto di quel poco di cibo sugli scaffali risulta scaduto. Come le uova per esempio.
Io mi limito di solito ad acquistare un cartone di sole quattro unità e sempre mi ritrovo con almeno un uovo da dover gettare nella spazzatura perché oltrepassa la data di conservazione stampigliata.
Di questo stavo parlando l’altra sera in trattoria, tra un fritto misto e un’insalata, con una bella amica bionda seduta di fronte durante una cena di compleanno.
Lei mi fa: “Come fai a non consumare uova? Ti fai un bell’ovetto sbattuto ogni mattino così…”
E agita le mani come a sostenere o soppesare qualcosa.
Appoggio il gomito sul tavolo, mi metto lievemente di traverso e imposto la tipica voce roca da macho:“Non ritengo proprio di aver bisogno di mangiar uova, bella”
Lei mi sorride guardandomi beffarda: “Eh, già, appunto”.

Etichette: