Forza Gianluca
Sarà che lui è stato sempre uno schivo e modesto ai tempi in cui giocava, ha concluso da poco la carriera sui prati di calcio e non conservo una sua figurina panini (che certamente non scambierei con quella di Totti nè Del Piero).
Sarà che giocava nei medesimi ruoli nei quali ho giocato anche io da ragazzo: polmone mediano di centrocampo (stile canzone di Ligabue) o pendolare esterno di fascia, o a volte persino terzino tampona falle. Uno di quelli che sputano saliva e sudore senza gloria manifesta, utili solo a far risplendere sull’erba i fighetti con i calzettoni ribassati e con il Ferrarino fuori dello stadio.
Ma perché un ragazzo di poco sopra i trenta anni, friulano della bassa, nato a Latisana, dopo vent’anni di sport, anche ad altissimo livello (ha vinto almeno sei scudetti con la Juve), con una bella moglie e due dolcissime figlie, si spenga dentro al punto di gettarsi da una finestra rimarrà per tutti un mistero che non necessita svelare per il rispetto che si deve a cose così sconvolgenti e che segnano l’esistenza.
Voglio solo dire che lui, più che la playstation e il biliardo o le carte, nei suoi momenti liberi, magari dentro una stanza d’albergo durante una trasferta, preferiva star solo a leggere un libro, e a volte persino si dilettava a scrivere. E guarda un po’ io, in fondo, lo capisco pure. Che mi sembra persino di conoscerlo.
Dalla lettura di un articolo odierno riporto un suo breve scritto poetico:
Affrontare un avversario
è come affrontare le difficoltà quotidiane
a volte ti supera
a volte riesci a bloccarlo
sapendo che non devi mai smettere di correre
Grazie calcio
Per avermi insegnato a vivere giocando
Ecco, magari ha pensato semplicemente che il gioco fosse finito una volta appesi gli scarpini al chiodo, ed ora si trova su un letto d’ospedale a duellare con la morte.
Grazie a Dio i medici informano che ancora non ha perso. Io spero con il cuore che ritorni al più presto a quella sua vita a colori oggi smarrita. Perché è proprio “la parte buia di te” il peggiore e più pericoloso avversario che ti possa mai capitare di affrontare, prima o poi, per poi lasciartelo dietro le spalle, senza smettere di correre.
Sarà che giocava nei medesimi ruoli nei quali ho giocato anche io da ragazzo: polmone mediano di centrocampo (stile canzone di Ligabue) o pendolare esterno di fascia, o a volte persino terzino tampona falle. Uno di quelli che sputano saliva e sudore senza gloria manifesta, utili solo a far risplendere sull’erba i fighetti con i calzettoni ribassati e con il Ferrarino fuori dello stadio.
Ma perché un ragazzo di poco sopra i trenta anni, friulano della bassa, nato a Latisana, dopo vent’anni di sport, anche ad altissimo livello (ha vinto almeno sei scudetti con la Juve), con una bella moglie e due dolcissime figlie, si spenga dentro al punto di gettarsi da una finestra rimarrà per tutti un mistero che non necessita svelare per il rispetto che si deve a cose così sconvolgenti e che segnano l’esistenza.
Voglio solo dire che lui, più che la playstation e il biliardo o le carte, nei suoi momenti liberi, magari dentro una stanza d’albergo durante una trasferta, preferiva star solo a leggere un libro, e a volte persino si dilettava a scrivere. E guarda un po’ io, in fondo, lo capisco pure. Che mi sembra persino di conoscerlo.
Dalla lettura di un articolo odierno riporto un suo breve scritto poetico:
Affrontare un avversario
è come affrontare le difficoltà quotidiane
a volte ti supera
a volte riesci a bloccarlo
sapendo che non devi mai smettere di correre
Grazie calcio
Per avermi insegnato a vivere giocando
Ecco, magari ha pensato semplicemente che il gioco fosse finito una volta appesi gli scarpini al chiodo, ed ora si trova su un letto d’ospedale a duellare con la morte.
Grazie a Dio i medici informano che ancora non ha perso. Io spero con il cuore che ritorni al più presto a quella sua vita a colori oggi smarrita. Perché è proprio “la parte buia di te” il peggiore e più pericoloso avversario che ti possa mai capitare di affrontare, prima o poi, per poi lasciartelo dietro le spalle, senza smettere di correre.
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