Volley

Osservo il pallone bianco scavalcare la rete. Le mie pupille seguono la traiettoria della palla che rimbalza sui polpastrelli delle mie compagne. Alcune di loro si tuffano sul cemento del cortile senza timore di sbucciarsi i gomiti o le ginocchia protette dalle ginocchiere. E’ giusto che stia al momento in panchina, sono l’ultima arrivata e in fondo mi hanno pure accolto bene. Malgrado tutto. Dal fondo del cortile, recintato da un muro altissimo, una telecamera sta filmando. Non amo essere filmata, mi è già successo troppe volte. Alcune religioni credono che l’obiettivo di una macchina tolga l’anima alla persona ripresa. Lo penso anche io. Per fortuna c’è il sacerdote, che ogni settimana incontro, a rassicurarmi.
Oggi sarei in fondo anche abbastanza serena, forse felice no, ma stò piuttosto bene e mi viene da ridere come da tanto non mi succedeva. D’altronde è già molto il fatto che sia qui, convocata in squadra, senza un serio allenamento. E’ bello risentire su di sé la fiducia degli altri. Fa sembrar buono persino questo odore di acrilico della maglietta con il numero stampigliato dietro.
Vedo le mie compagne sudare ed urlare. Stiamo in svantaggio e provo ad incitarle. La capitana mi sorride e fa un cenno all’arbitro: “Time out!”.
Capisco che ora è il mio turno. Il cuore si ferma e mi formicolano le dita dall’emozione. Spero tanto di fare bella figura e di non sbagliare al primo passaggio che poi tutto dovrebbe essere più semplice. C’è solo una cosa che vorrei tanto in questo momento: che potesse vedermi giocare mia madre.
Guardo le labbra della capitana:
“Erica, forza dai entra, tocca a te!”.
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