23 maggio 2006

Volley


Osservo il pallone bianco scavalcare la rete. Le mie pupille seguono la traiettoria della palla che rimbalza sui polpastrelli delle mie compagne. Alcune di loro si tuffano sul cemento del cortile senza timore di sbucciarsi i gomiti o le ginocchia protette dalle ginocchiere. E’ giusto che stia al momento in panchina, sono l’ultima arrivata e in fondo mi hanno pure accolto bene. Malgrado tutto. Dal fondo del cortile, recintato da un muro altissimo, una telecamera sta filmando. Non amo essere filmata, mi è già successo troppe volte. Alcune religioni credono che l’obiettivo di una macchina tolga l’anima alla persona ripresa. Lo penso anche io. Per fortuna c’è il sacerdote, che ogni settimana incontro, a rassicurarmi.
Oggi sarei in fondo anche abbastanza serena, forse felice no, ma stò piuttosto bene e mi viene da ridere come da tanto non mi succedeva. D’altronde è già molto il fatto che sia qui, convocata in squadra, senza un serio allenamento. E’ bello risentire su di sé la fiducia degli altri. Fa sembrar buono persino questo odore di acrilico della maglietta con il numero stampigliato dietro.
Vedo le mie compagne sudare ed urlare. Stiamo in svantaggio e provo ad incitarle. La capitana mi sorride e fa un cenno all’arbitro: “Time out!”.
Capisco che ora è il mio turno. Il cuore si ferma e mi formicolano le dita dall’emozione. Spero tanto di fare bella figura e di non sbagliare al primo passaggio che poi tutto dovrebbe essere più semplice. C’è solo una cosa che vorrei tanto in questo momento: che potesse vedermi giocare mia madre.
Guardo le labbra della capitana:
“Erica, forza dai entra, tocca a te!”.

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16 maggio 2006

Foto ad un bambino mai nato

Trovare sulla prima pagina di un quotidiano la foto di un bambino morto è inevitabilmente intollerante. Se poi dovesse trattarsi di un bambino neonato morto allora diviene estremamente scioccante. Se poi quel presunto neonato si scopre essere un bambino non-nato, beh, qui ci troviamo davanti una svolta sconcertante alla quale dovremmo provare a fare i conti.

La foto pubblicata sui quotidiani della povera creatura, estratta dal pietoso ventre materno durante un atto autoptico, con in capo un vezzoso berrettino di lana bianca, è divenuta, a mio giudizio, il miglior colpo basso per tutti coloro (me compreso) che si riempiono facilmente la bocca di laicismo e concetti libertari e responsabilità personale nel disporre (secondo i termini di legge vigenti ovviamente) del destino di chi abita nel grembo materno.

La sensazione che si prova è che la foto sembra diventare il miglior manifesto di propaganda di una moltitudine di creature che rivendicano il loro diritto ad essere considerate persone giuridiche, a tutti gli effetti, pur rimanendo ancora immersi nel loro buio liquido amniotico.

Potenza di una immagine discutibile e di un copricapo volutamente imposto.

Perché proprio di fronte a quel bambino (impossibile non chiamarlo così) estirpato dal grembo, lavato, vestito, esposto alle luci dei flash senza alcuna minima protezione della privacy (non possiede ancora un proprio codice fiscale), che d’ora in poi rimarrà certamente conservato su un supporto elettronico, o album cartaceo quanto un vero neonato in culla o in procinto di battesimo, sale prepotente il monito di chiederci una volta di più cosa siamo veramente.

Poi ognuno è libero di fare storia a sé, di pensare ciò che vuole sui confini dell’esistenza e su come e quando la si voglia intendere.

Se questo era un ultimo disperato omaggio di una nonna al suo nipotino non giunto a compimento o, forse, nelle intenzioni del giornale, una maniera provocatoria di riproporre una controversa questione legislativa, non si sa.

Può succedere però, che il nostro senso della legalità e della laicità, a volte fin troppo pragmatico e cinico, si possa rivedere parecchio davanti ad una scelta di tal genere che ha oscurato persino l’atroce fatto di cronaca che ne è stato la causa.

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10 maggio 2006

Praglia


Il canto gioioso degli uccelli mattutini scomparve appena varcammo l'imponente portone lasciando alle nostre spalle l’ampia scalinata e il bianco sagrato. Ci lasciammo dietro di noi il cielo rossastro dell’alba e la frescura dell’aria ancora umida della notte. Per un attimo non vidi nulla finchè le pupille registrarono e focalizzarono le fiammelle vicine delle candele accese. Un lieve odore d’incenso, non forte né particolarmente persistente, aleggiava tra le volte e le colonne dell’antico edificio. Un monaco girava tra i banchi a posare i foglietti della Messa prevista più tardi. Praticamente tranne me e il mio amico non c’era nessun altro seduto tra le fila. Ci sedemmo su una panca nel mezzo del salone vicini al corridoio centrale. Tenevo le palpebre lievemente cadenti per le ore di sonno non sufficientemente godute. Fabio invece pareva già sveglio e arzillo perché più abituato di me a dormire poco. Dal fondo della navata, attraverso una porta, apparvero una ventina di figure scure e incappucciate che, ordinate come formiche laboriose, si disposero mute lungo le due fila di troni adiacenti l’altare. Da dove stavamo si vedevano a malapena i volti e dalla lunghezza e colore delle barbe, o dalla assenza, si potevano intuire le loro età. Alzai lo sguardo alle vetrate dipinte della volta: i raggi del sole diffondevano all’interno una luce calda e morbida. Uno dei monaci iniziò a leggere i primi versi del salmo cantilenando con voce gutturale subito imitato dal coro dei presenti. Non so Fabio ma io ne approfittai per lasciarmi immergere dentro quel mantra della profonda cristianità. Mi ritrovai ad alzarmi e a sedermi più e più volte quasi inconsciamente. Avrei voluto tenere tra le mani pure io un libro delle laudi per meglio partecipare assieme a loro senza sentirmi un semplice visitatore curioso. Avrei voluto fare tante altre cose in questi due giorni trascorsi in abbazia. Vedere la biblioteca dove si restaurano libri antichi, avere la forza di svegliarsi ancor più presto per assistere al mattutino, dare una purificata ai pensieri che vagano nella testa di un uomo che non fa della spiritualità la sua principale ragione d’esistere. Però qualche volta ci prova. Ma è andata bene comunque così. Perché ho condiviso una cena semplice e una colazione più che sostanziosa assieme a persone con le quali sto bene. Perché mi sono riappropriato per due giorni di ritmi di vita atavici scanditi dal sorgere e cammino del sole. Ho passeggiato nel chiostro illuminato solo dalla luce bonaria della luna. Ho dormito nelle medesime ore in cui i monaci riposano e attendono l’avvento del nuovo giorno, dono del Signore a tutti coloro che sanno apprezzare. Perché amare la letteratura è voler giocare con la vita e perché ogni vita può diventar letteratura. Ed è questo che forse ognuno di noi ha portato con sé, e ha forse pensato osservando con la coda dell’occhio, i contorni del monastero rimpicciolire fino a scomparire del tutto dallo specchietto retrovisore, posizionato sopra il cruscotto, delle nostre auto rombanti di ritorno a casa.

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