Ci sono cose che andrebbero dette.
Ci sono riconoscimenti che vanno concessi. Non a tutti, non sempre, ma qualche volta a qualcuno sì. Magari a qualcuno che fino a qualche settimana prima lavorava in un paese straniero, pericoloso, lontano dagli affetti più cari, che riscuoteva un lauto stipendio (comprensivo di indennità di trasferta, diaria giornaliera, voci contrattuali a compensare disagio e rischi per la vita ecc.). Che ne spendeva o spandeva parte di esso in rassicuranti bevute con i commilitoni (meglio, magari, chiamarli colleghi di lavoro), in tabacco, o forse con qualche donna del posto. Non lo so.
Si dice che bisogna essere fascisti per fare quel lavoro lì (e dire lavoro mi va bene, mercenario no). Ne ho conosciuti di tipi così nella mia vita, che ti raccontano la loro vita rigorosamente manichea dove il male viene solo da una parte, le donne al secondo appuntamento si scopano, e l’offesa quando si lava, lo si fa magari con un pugno ben assestato o una bottigliata in testa.
Non posso dire che mi siano simpatici tipi così e non cercherei l’amicizia con nessuno di loro ma, lo ammetto, affascinato, ho compreso che è gente che affronta l’esistenza di petto e non si pone dubbi di sorta che possano fiaccarne l’impeto. Nemmeno sotto minaccia di una canna di pistola o fucile.
Appunto. Pensiamoci un istante.
C’è un uomo, inginocchiato sotto lo sguardo di una nemica telecamera, davanti una fossa e alla sua esecuzione. L’ultima cosa che manda, bendato, negli ultimi dieci secondi della sua ancor giovane vita, non è un messaggio alla moglie, agli eventuali figli, agli affetti più cari, ma ad un Paese. Mi sono chiesto: cosa diavolo può passare nella testa di un uomo quando desidera mostrare ai suoi carnefici come sa morire un italiano? E’ un gesto che sa di Risorgimento, di irredentismo, di carneficina carsica. Sembra una frase da tramandare ai posteri quanto il lancio della stampella di Enrico Toti.
E cosa volete che la più alta istituzione della Patria, il Presidente della Repubblica Italiana, possa fare se non concedere, per questo, la più alta onorificenza civile? Non per il suo lavoro, valido come quello di chiunque altro, ma per il suo modo di congedarsi da noi, con questa maniera di assecondare la propria buonuscita forzata da questo mondo.
Poi questo rimane il solito Paese che ama polemizzare su ogni cosa.
Esiste una banalità ed ovvietà della morte, in guerra, che esula da particolari forme di riconoscimento istituzionale. Forse non l’abbiamo capito o forse ce l’hanno spiegato male. I figli che noi abbiamo inviato laggiù non sono angeli della pace ma soldati armati in territorio straniero e, quindi, occupanti. Le bombe non hanno occhi né pietà per distinguere. E l’eroe è colui che, in anticipo sul suo destino, dimostra un coraggio fermo ed irriducibile, scevro da facili pietismi interessati, in nome di un ideale alto e condiviso.
Quattrocchi ormai è questo. Un uomo comune in mezzo ai tanti fino a dieci secondi dalla fine.
Ora, lui, è già Storia.
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