24 marzo 2006

Pantelleria


Ho raccolto fichi secchi e seminato pensieri
in questa nera terra pantesca
dove il vento sodomizza alberi e case
dove scultorei fichi d’india s’aggrappano all’ossidiana
e strisciano capperi ed ulivi
dove gli orti occlusi dei dammusi fioriscono
di gelsomini e limoni
e uno strampalato gallo risuona a mezzogiorno
dove il cielo e il mare si scambiano riflessi con violenza
e martirizzano gli uomini e le coste
dove i boschi sempreverdi di pino marittimo
si stendono allo sguardo e precipitano verso il mare
assieme alle macchie d’arbusto di scappuccino
e un profumo inebriante di rosmarino
aleggia sospeso e trasportato dal vento
dove guizzanti sarmuscele fanno capolino
tra le pietre candide spennellate dal sole cocente
dove si sente permanente il sapore passito
dell’ambrato zuccheroso zibibbo
nettare gradito agli dei
agli uomini con le nocche consunte
dalla canapa delle reti da pesca
alle donne procaci dal seno mal coperto
da una cammisa sbracciata
in eterna attesa sulla riva.


(testo scritto a quattro mani con Luciana)

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21 marzo 2006

Medaglia

Ci sono cose che andrebbero dette.
Ci sono riconoscimenti che vanno concessi. Non a tutti, non sempre, ma qualche volta a qualcuno sì. Magari a qualcuno che fino a qualche settimana prima lavorava in un paese straniero, pericoloso, lontano dagli affetti più cari, che riscuoteva un lauto stipendio (comprensivo di indennità di trasferta, diaria giornaliera, voci contrattuali a compensare disagio e rischi per la vita ecc.). Che ne spendeva o spandeva parte di esso in rassicuranti bevute con i commilitoni (meglio, magari, chiamarli colleghi di lavoro), in tabacco, o forse con qualche donna del posto. Non lo so.
Si dice che bisogna essere fascisti per fare quel lavoro lì (e dire lavoro mi va bene, mercenario no). Ne ho conosciuti di tipi così nella mia vita, che ti raccontano la loro vita rigorosamente manichea dove il male viene solo da una parte, le donne al secondo appuntamento si scopano, e l’offesa quando si lava, lo si fa magari con un pugno ben assestato o una bottigliata in testa.
Non posso dire che mi siano simpatici tipi così e non cercherei l’amicizia con nessuno di loro ma, lo ammetto, affascinato, ho compreso che è gente che affronta l’esistenza di petto e non si pone dubbi di sorta che possano fiaccarne l’impeto. Nemmeno sotto minaccia di una canna di pistola o fucile.
Appunto. Pensiamoci un istante.
C’è un uomo, inginocchiato sotto lo sguardo di una nemica telecamera, davanti una fossa e alla sua esecuzione. L’ultima cosa che manda, bendato, negli ultimi dieci secondi della sua ancor giovane vita, non è un messaggio alla moglie, agli eventuali figli, agli affetti più cari, ma ad un Paese. Mi sono chiesto: cosa diavolo può passare nella testa di un uomo quando desidera mostrare ai suoi carnefici come sa morire un italiano? E’ un gesto che sa di Risorgimento, di irredentismo, di carneficina carsica. Sembra una frase da tramandare ai posteri quanto il lancio della stampella di Enrico Toti.
E cosa volete che la più alta istituzione della Patria, il Presidente della Repubblica Italiana, possa fare se non concedere, per questo, la più alta onorificenza civile? Non per il suo lavoro, valido come quello di chiunque altro, ma per il suo modo di congedarsi da noi, con questa maniera di assecondare la propria buonuscita forzata da questo mondo.
Poi questo rimane il solito Paese che ama polemizzare su ogni cosa.
Esiste una banalità ed ovvietà della morte, in guerra, che esula da particolari forme di riconoscimento istituzionale. Forse non l’abbiamo capito o forse ce l’hanno spiegato male. I figli che noi abbiamo inviato laggiù non sono angeli della pace ma soldati armati in territorio straniero e, quindi, occupanti. Le bombe non hanno occhi né pietà per distinguere. E l’eroe è colui che, in anticipo sul suo destino, dimostra un coraggio fermo ed irriducibile, scevro da facili pietismi interessati, in nome di un ideale alto e condiviso.
Quattrocchi ormai è questo. Un uomo comune in mezzo ai tanti fino a dieci secondi dalla fine.
Ora, lui, è già Storia.

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07 marzo 2006

bip bip

La comunicazione verbale, quella più naturale e atavica, ogni giorno di più si sta incamminando verso l’estinzione a favore dell’uso sempre più massiccio di supporti tecnologici. Il bello è che uno se lo aspetterebbe, questo, causato solo dai giovani e invece non è proprio così. C’è una abbondante fascia di trentenni e quarantenni, in maggioranza donne abbondantemente esperte delle cose della vita, diabolicamente ammaliate dall’uso smodato di sms o e-mail. Quello che si potrebbe dire seduti ad un comune tavolo lo si deve, quasi per forza ormai, far rientrare sempre più spesso nell’angusto spazio concesso dal software del proprio telefonino. Siamo tutti lì, perennemente con l’occhio pendulo allo schermo e l’orecchio ansioso, in attesa spasmodica di un trillo amato. E’ una gara olimpica a mostrare agli altri il cellulare più pigolante perché è così che vuole lo status di chi si senta cercato e desiderato. Un’inesorabile fuga dal confronto e da qualunque possibile chiarimento in presa diretta. Un’incapacità, sempre più cronica, di fornire risposte immediate e non filtrate da una tempistica da trasmissione morse: invio, ricezione, reinvio, ricezione…
Si manifestano già evidenti e preoccupanti ansie da prestazione come quella che sale ad ogni mancata risposta (fosse pure un semplice: ok).
Ma perché non mi risponde ancora? Avrà frainteso? Forse manca campo…
Si subiscono i primi dolori, traumi ed epilessie ai pollici impazziti, vere malattie sociali che accomunano nel medesimo triste destino gli appassionati di playstation.
Si stanno sempre più aprendo ed avviando: specializzazioni ad hoc per la riabilitazione ortopedica della falange usurata; ambulatori di sostegno psicologico causa abbreviazione forzata di testo; centri di trattamento e recupero, simili ai SERT, per la fuoriuscita dalla tossicodipendenza dovuta ad abuso di “k”.
Mi è capitato personalmente, perchè non voglio sembrare esterno a questa follia, di passare delle ore a picchiettare sui tastini gommati a colpi di sms quando sarebbe bastata una semplice chiamata diretta di cinque secondi.
Eppure non c’è nulla da fare. Tutti ubriachi del gioco dell’attesa. Di un segno di conferma che in fondo, in questo mondo, ancora esisti pur sempre almeno per qualcuno. Perché non c’è nulla di più semplice, economico e gratificante, di un breve suono emesso da quel rassicurante oggettino lucido agganciato ad un girotondo di antenne sparse nel pianeta. Ed ora, che con semplici invii senza testo si possono persino donare vagonate di euri in beneficenza, in ogni dove e per ogni occasione, beh, allora, ci sentiamo persino molto più buoni e teniamo pure la nostra bella coscienza a posto.

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05 marzo 2006

Noè parade

Vince: VORREI AVERE IL BECCO e a seguire:
AliceAttenti al lupoCanzone del servo pastoreCervo a primaveraCicaleDomenica bestialeFarfallina Furia cavallo del WestHanno ucciso l’Uomo RagnoKobraIl ballo del qua quaIl dono del cervoIl gatto e la volpeIl gorillaIl walzer del moscerinoLa gattaLa mula de ParenzoLa pulce d’acquaLa tartarugaLe cinque anatreL’elefante e la farfallaL’era del cinghiale biancoMoby DickNella vecchia fattoriaQuarantaquattro gattiQuattro caniSotto il segno dei pesciVola colombaUna zebra a pois
.... (chi vuole aggiunga) ...

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