29 novembre 2005

Capitàno, o mio Capitàno


Eh sì, a quello il Pallone d’oro alla fine, come previsto, l’hanno consegnato. Che bravo. Che campione. Lo dicevano tutti che quest’anno lo poteva vincere solo lui. Un premio ambito da chiunque di noi del mestiere. Una consacrazione mondiale per pochissimi eletti e fruttifera di nuovi e sempre più ambiti contratti con gli sponsor. Multinazionali che ti cercano e ti gonfiano le tasche di denaro incalcolabile ad ogni tuo sorriso, per ogni tua sillaba, per ogni banalissimo gesto tecnico ripreso dalle telecamere durante un allenamento.
E pensare che una grande occasione per far parlare il mondo intero l’avrei avuta anche io domenica scorsa, il pomeriggio, durante lo svolgimento della settimanale partita di campionato.
Stavo aggiustandomi la fascia bianca che porto al braccio quando al mio orecchio sono pervenuti i soliti rumori dalle tribune e boati dalle curve. Centinaia di voci accordate in un unico assordante suono. E tutte sincronizzate e rivolte all’indirizzo di un unico giocatore. Un nostro avversario.
Ad ogni suo tocco di palla: un lamento d’insofferenza.
Improvvisamente l’ho visto fermarsi. Con le lacrime agli occhi pronte a cadere sulle guance scure e una smorfia mista di dolore e di rabbia, l’ho visto chinarsi sul pallone e, tenendoselo sottobraccio, dirigersi verso gli spogliatoi con l’aria di chi par dica, come un qualunque ragazzino bizzoso di un campetto di periferia: “Me ne vado. Non gioco più con voi e porto via con me questo pallone”.
Ho visto il suo capo ricciuto scomparire attorniato da una selva di teste di giocatori della mia squadra. Tutti a tentare di fermarlo e convincerlo a desistere da ciò che stava facendo. Ho visto l’arbitro con il fischietto in mano incapace di prendere una decisione. Ho visto diversi miei compagni guardarsi l’uno con l’altro e portarsi il dito alla tempia in segno di scherno.
Lo stadio si è ammutolito. Ma è stato un breve attimo poi, i “buhhh”, sono ricominciati più forti di prima.
Avrei voluto fare qualcosa. Ho davvero pensato a una cosa.
Che avrei potuto levarmi la fascia di capitano dal braccio e consegnarla ad un compagno. Che sarei potuto andare vicino a quel giocatore avversario, così ferito per il colore della sua pelle e, assieme sottobraccio, dirigerci verso gli spogliatoi. Che avrei dovuto gridare allo stadio, all’allenatore e all’arbitro: “Continuate la partita in dieci contro dieci. E’ più leale. Io sono il capitano e rappresento la squadra e pure questa vergogna di nostri sostenitori”.
Immaginatevi i titoloni e le foto il giorno dopo! Avrebbero fatto il giro del mondo. Saremmo stati esempio vivente di solidarietà razziale in tutte le scuole.
No, alla fine lui si è lasciato convincere dagli altri e ha fatto scivolare il pallone a terra. Il gioco è ripreso e la partita è stata giocata regolarmente fino alla fine.
Ma c’è una cosa che dal fischio di chiusura mi tormenta e non mi lascia tregua. Stanotte non ho nemmeno dormito per il pensiero ricorrente, quasi ossessivo.
Ma, dico io: “Dove accidenti ho lasciato il cerchietto per i capelli?”.

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17 novembre 2005

Fogli rosa d'autunno


A diciassette anni mi infilai sul sedile dell’auto di mio padre (una nostalgica Ford Escort 1100 del ‘73, credo, color simil granata), con le agognate chiavi in mano. Non attesi nemmeno che egli chiudesse la portiera, a seguito della sua concessione ad un cauto giro nel cortile di casa che, causa emozione, avviato il motore, mi s’imbrogliarono i piedi tra l’acceleratore e la frizione con il risultato di slittare con l’auto in retromarcia, ruggendo sulla ghiaia, velocissimo. La portiera sul mio lato, ancora aperta, sbattè sul corpo di mio padre piegandosi come un’ala spezzata. Feci in tempo a reagire piantando i piedi sul pedale centrale e riuscii a fermare l’auto prima che finisse addosso al muretto del cortile. Con meritevole gran spirito, e con il fianco indolenzito dalla botta contro la portiera, mio padre mi rincuorò complimentandosi vivamente per la prontezza di reazione avuta (e soprattutto tirò un sospiro di sollievo per i danni all’auto limitati).
A diciannove anni, poi, conseguii finalmente l’ambita patente di guida, al termine dell’esame da privatista, e la prima sera che uscii con l’auto, sempre quella, riuscii ad agganciare il paraurti a quello di un altro veicolo in un parcheggio deserto. Comunque quella sera fu decisiva per l’acquisizione di una pratica sicura di guida in quanto mi improvvisai tassista ed accompagnai, ad una ad una, uno stuolo di amichette alle loro rispettive case. Ovviamente tutte mi lasciarono, una volta a destinazione prima di scendere, un gradito bacio finale per lo scampato pericolo.
Narro ciò perché vengo ad apprendere di una norma di legge, ora approvata tra un articolo e l’altro di riforma costituzionale, che prevede la consegna del foglio rosa già dopo il compimento dei diciassette anni. L’uso dell’automezzo a quella età diviene possibile pertanto solo se accompagnati da un quarantenne con almeno dieci anni di esperienza di guida.
Immagino così situazioni del tipo:

“Papà monta in macchina che si va a prendere Micaela per portarla al parco. Oh, naturalmente resta inteso che vai a fare un giro a piedi mentre restiamo in macchina a pomiciare”.

Oppure:
“Beh, ragazzi, sappiate che tengo in macchina sul cruscotto roba forte. Usciamo assieme da questa discoteca con le ragazze e rechiamoci tutti al parcheggio qui fuori. Mi raccomando, però, non mettetevi a far casino lì che sono ormai le tre del mattino e sapete che c'è mio zio addormentato sul sedile posteriore in attesa di riaccompagnarci a casa”.

Robe così. Nel frattempo i platani sulle strade ringraziano. Speriamo.

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14 novembre 2005

Al mondo fa sapere quanto piace il perito con le pere

In un Istituto Tecnico Industriale di Udine una alunna s’è spogliata per farsi eleggere capoclasse. E sorrido davvero alla notizia perché quella scuola la conosco bene in quanto lì ho studiato e, vi assicuro, un istituto che si fregi di una tale aurea di severità leggendaria, come l’Arturo Malignani di Udine, è difficile trovarne in giro.
Ad ogni modo trovo che, riguardo l’episodio avvenuto, ci sia ben poco di scandaloso in fondo. E’ frutto della nostra società occidentale che alimenta (e si alimenta) del culto del corpo. Lo esalta, ti convince a prenderne cura sin dalla più tenera età, attraverso spot e riviste, e ti inocula l’insistito messaggio, sessualmente allusivo, di sfruttamento dello stesso onde ottenere favori in contropartita. E sembrerebbe che per parecchie donne e ragazze (ma anche maschietti ormai) delle ultime generazioni ciò sia diventata una comune e concreta arma per farsi strada nella vita.
Quello che esibivano le femministe degli anni settanta, durante i cortei, quale “visibile” messaggio politico di libertà e uguaglianza col maschio, oggi è divenuto semplice veicolo di contrattazione puramente personale e qualunquista: io mi mostro a te in cambio di un benevolo favore o diritto comunque spettante (nel caso in questione, un legittimo voto per una candidatura di rappresentanza scolastica).
Diamocene una ragione una volta per tutte: nella giungla della sopraffazione carrieristica e della competizione esasperata ogni arma diventa lecita. E’ fatale e inutile opporsi. Sarebbe in fondo come dire ad un leone che sbrana la gazzella: “Sei una cattiva bestiaccia”.
Comunque, in contraddizione con la sempre più competitiva società esistente, questo rimane ancora il Paese che abbisogna di quote rosa al Parlamento per garantirsi un’adeguata rappresentanza femminile e dove una donna, per poter esibire un apprezzato intelletto e credito politico, deve essere almeno candidata ad un Nobel o sexy quanto una sedia di legno. Al contrario, le eventuali avvenenti colleghe, ottengono immediata visibilità nei salotti televisivi dove, al fianco di improvvisate soubrette siliconate, vanno a dibattere argomenti perlopiù sapidi e di costume.
Il maschio, malgrado quello che si pensa comunemente oggi, e lo dico seriamente in quanto dipendente in una Azienda, conserva ancora in toto il potere reale, quello che conta davvero, e le occasioni importanti di carriera per una donna si creano solo a determinate condizioni. Poi, è vero, ci sono pure quelle che, nel brodo siffatto, ci sguazzano alla grande.
Ma il mondo va così, e andrà così ancora per un bel po’, ne sono convinto.
E questo mio non sembri un moralismo da quattro righe perchè: non vi è nulla di così ineluttabile e irrisolvibile quanto il rimanere prigionieri e vittime, tutti, dei propri comodi e opportunistici cliché.

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09 novembre 2005

fiori e scuse

Ti arriverà un fiore oggi
sulla bocca di ogni cannone
che fermi lo sparo del tuo silenzio
sulla mia stupidità
su quella di ieri, su quella di oggi
su quella che forse ancora verrà
per ciò che rimane
di un’amicizia spenta
che un giorno spero
sappia riaccendersi lenta
lasciando decidere al tempo solo
come riprendere per noi
un diverso miglior volo

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07 novembre 2005

Real TV (politik)


Sarà un caso o forse no. Sarà che la televisione avviluppa tutti nelle sue spire come un implacabile immenso serpente (e mi vien da pensare al pitone Kaa, un personaggio di Kipling del libro della Giungla, che stringe a sé, ipnotizzando col proprio sguardo magnetico, le scimmie Bandar-log) ma ormai pare non esserci davvero scampo per nessuno. E la dignità di chiunque, per un piatto di lenticchie di visibilità televisiva, finisce inesorabile sotto le scarpe.
Io capisco la fatica del vivere del “vippame” modaiolo ed isolano pieno di tristi storie private (forse) esposte tra uno spot ed un applauso comandato ma, la presenza leggera in Tv di personalità pubbliche vere, quelle che rappresentano il Paese o sono l’emblema della sua Storia, anche non recente, no. Non è possibile che si sia arrivati fino a questo punto.
Già mi è rimasta sul gozzo (l’indispensabile?) partecipazione, al teatrino del “ti ritrovo e poi piango” condotto dalla De Filippi, dell’onorevole Fassino che, come un qualunque Ignazio la Russa ormai si è reso disponibile alla giostra del “volemose tanto bene”. Anzi, tra poco mi aspetto una sfida canora proprio con quest’ultimo con scambio di motivetti tra: “Bella Ciao” e “Faccetta nera”.
Ma, e lo dico veramente con serio sconcerto, vedere in questi giorni la campagna martellante di una rampante società telefonica che, “videochiama” noi telespettatori attraverso il contributo (e sembra saper pure recitare meglio della fronteggiante bionda popputa) dell’onorevole ex “mammasantissima” Giulio Andreotti, mi destabilizza alquanto. Non riesco a darmi pace.
Per generazioni di giovani e non, allergici all’ideologia di governo dell’epoca e dei suoi istituzionali rappresentanti (parliamo di DC e pentapartiti vari durante la prima Repubblica), il nome di Giulio Andreotti rappresenta oggi il simbolo e la memoria di un quarantennio di Storia Repubblicana, dal dopoguerra in poi, fatto di grandi scelte ideali, o anche ciniche e necessarie, di trame e depistaggi, di armadi pieni di documenti segreti e misteriose morti, di pragmatici rapporti col Vaticano, di innumerevoli nomine a capo di gabinetto in estenuanti governi di transizione, di collusione con ambienti mafiosi, di condanne cadute in prescrizione.
Insomma, a farla breve, questo po’ po’ di personaggio istituzionale, che ha lavorato al fianco di De Gasperi, divertito Kissinger con il suo humor gelido, moderato Gheddaffi e l’intero medio oriente, accolto con reverenza nelle stanze pontificie, salvaguardato i confini nazionali durante la guerra fredda dall’invasione dei cosacchi alle fontane di San Pietro, sfuggito al rapimento negli anni di piombo costringendo i brigatisti a “ripiegare” su Aldo Moro, che ha fatto dell’arte diplomatica e dell’opportunismo politico il suo credo machiavellico, alla sua veneranda età di non sappiamo più quanti anni, ha ceduto alle lusinghe del mercato pubblicitario come un qualunque Gerry Scotti.
Ed ora provo terrore. Ho il terrore anche di rendermi conto di provarlo da solo e che tutti siano ormai già assuefatti a tutto ciò. Ho terrore di vedermi apparire un giorno il Presidente della Repubblica Ciampi, una volta in pensione, sponsorizzare filetti surgelati di triglie alla livornese; sorbirmi D’Alema presentare risotti in compagnia di una sempre più pettoruta Antonella Clerici (ah, già, qualcosa del genere lo ha già fatto all’ombra dei nei di Vespa); oppure ancora: osservare un qualunque ex presidente della Camera dei Deputati vestirsi sadomaso e presentare programmi televisivi triviali.
Come dite voi? Già fatto anche questo? Ed è successo con una donna? Che peccato.
Pensare che per molti di noi l’aumento della presenza di onorevoli donne al Parlamento e nelle poltrone dei ministeri rappresenterebbe una espressione concreta di civiltà giuridica ed equilibrio istituzionale. Perché siamo tutti certi che, a differenza di noi maschietti eternamente bambini, almeno loro, un volgare, provocatorio dito medio in pubblico, non penserebbero certamente di sollevarlo

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03 novembre 2005

Il mio bacio è come un rock (lento)

In attesa di addormentarsi tutti beatamente stasera sui propri divani durante i letali monologhi di Celentano (altro che pastiglie contro l’insonnia) sul sito Rai (www.Rai.it), cliccando sul banner sponsor della trasmissione Rockpolitik, si informano i telespettatori riguardo gli ospiti previsti: Benigni e Ramazzotti (già apparsi la settimana scorsa).
Ma si sa che la Rai è lenta.

Ad ogni modo ne approfitto per giocare un po’ "celentanizzandomi" così:


le televisioni locali sono rock
le nazionali paiono sempre lente

i telefilms americani sono rock
le fiction nostrane sono davvero lente

la radio a valvole sa di rock (n’roll)
ma si accende lenta

lo sguardo dal buco della serratura è una malizia dei tempi del rock
quello da voyeur televisivo è una porcata odierna che ti inquina lento

la pera è rock (in tutti i sensi)
la mela è lenta

il seno a pera è rock
le poppe a melone sono lente (e cadenti)

il gel sui capelli fa assai rock
il gelato tra i capelli si squaglia lento

la spiaggia rocciosa triestina è rock
quella sabbiosa veneta è lenta

le montagne friulane della Carnia sono aspre come l’hard-rock
ma il frico che fanno lì (formaggio fuso con patate e cipolla) lo digerisci lento

giocare a briscola in bar è rock
ma se il tressette non lo capisci sei lento

i mezzi calvi sono rock
i capelloni freak sono lenti (ok, ok, sto barando)

i lavori di casa li faccio ascoltando musica rock
ma per qualunque donna spolvero e riordino lento

un neonato strilla quanto un cantante rock
ma poi sorride e ti carezza lento

il posteriore di una donna rimane rock
anche se il tuo anteriore reagisce lento

la moto on the road è spaventosamente rock
lo scooter in mezzo al traffico è penosamente lento

il sorpasso in auto funziona a suon di rock
se ci provano con te stai andando lento

il costume da spiaggia intero è rock
il topless ormai annoia lento (e spesso delude)

il sesso è: emozione rock
ma pretende amore lento

la gioventù di tutti è e sarà sempre rock
è a quella mia di allora, adesso, che voglio ripensare lento

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