Capitàno, o mio Capitàno

Eh sì, a quello il Pallone d’oro alla fine, come previsto, l’hanno consegnato. Che bravo. Che campione. Lo dicevano tutti che quest’anno lo poteva vincere solo lui. Un premio ambito da chiunque di noi del mestiere. Una consacrazione mondiale per pochissimi eletti e fruttifera di nuovi e sempre più ambiti contratti con gli sponsor. Multinazionali che ti cercano e ti gonfiano le tasche di denaro incalcolabile ad ogni tuo sorriso, per ogni tua sillaba, per ogni banalissimo gesto tecnico ripreso dalle telecamere durante un allenamento.
E pensare che una grande occasione per far parlare il mondo intero l’avrei avuta anche io domenica scorsa, il pomeriggio, durante lo svolgimento della settimanale partita di campionato.
Stavo aggiustandomi la fascia bianca che porto al braccio quando al mio orecchio sono pervenuti i soliti rumori dalle tribune e boati dalle curve. Centinaia di voci accordate in un unico assordante suono. E tutte sincronizzate e rivolte all’indirizzo di un unico giocatore. Un nostro avversario.
Ad ogni suo tocco di palla: un lamento d’insofferenza.
Improvvisamente l’ho visto fermarsi. Con le lacrime agli occhi pronte a cadere sulle guance scure e una smorfia mista di dolore e di rabbia, l’ho visto chinarsi sul pallone e, tenendoselo sottobraccio, dirigersi verso gli spogliatoi con l’aria di chi par dica, come un qualunque ragazzino bizzoso di un campetto di periferia: “Me ne vado. Non gioco più con voi e porto via con me questo pallone”.
Ho visto il suo capo ricciuto scomparire attorniato da una selva di teste di giocatori della mia squadra. Tutti a tentare di fermarlo e convincerlo a desistere da ciò che stava facendo. Ho visto l’arbitro con il fischietto in mano incapace di prendere una decisione. Ho visto diversi miei compagni guardarsi l’uno con l’altro e portarsi il dito alla tempia in segno di scherno.
Lo stadio si è ammutolito. Ma è stato un breve attimo poi, i “buhhh”, sono ricominciati più forti di prima.
Avrei voluto fare qualcosa. Ho davvero pensato a una cosa.
Che avrei potuto levarmi la fascia di capitano dal braccio e consegnarla ad un compagno. Che sarei potuto andare vicino a quel giocatore avversario, così ferito per il colore della sua pelle e, assieme sottobraccio, dirigerci verso gli spogliatoi. Che avrei dovuto gridare allo stadio, all’allenatore e all’arbitro: “Continuate la partita in dieci contro dieci. E’ più leale. Io sono il capitano e rappresento la squadra e pure questa vergogna di nostri sostenitori”.
Immaginatevi i titoloni e le foto il giorno dopo! Avrebbero fatto il giro del mondo. Saremmo stati esempio vivente di solidarietà razziale in tutte le scuole.
No, alla fine lui si è lasciato convincere dagli altri e ha fatto scivolare il pallone a terra. Il gioco è ripreso e la partita è stata giocata regolarmente fino alla fine.
Ma c’è una cosa che dal fischio di chiusura mi tormenta e non mi lascia tregua. Stanotte non ho nemmeno dormito per il pensiero ricorrente, quasi ossessivo.
Ma, dico io: “Dove accidenti ho lasciato il cerchietto per i capelli?”.
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