28 ottobre 2005

Breve scritto sullo scrivere

A pensarci è da un bel po’ che scrivo. Ero ragazzo quando iniziai a sfidare le prime pagine bianche di un quaderno. Oggi proseguo con lo sfidare pagine elettroniche di un wordprocessor. Questo non vuol dire che abbia scritto, o scriva, tantissimo, anzi. Ma ciò rimane comunque una parte di me, un modo di esprimermi e spiegare cose. E’ un angolo del mio cervello sempre in caldo, un battito aggiuntivo del cuore, un aritmico respiro ulteriore.
Ho scoperto, nel tempo, molte altre persone fare questo. Molte più di quanto mi sia immaginato.
E’ un filo di metaforico inchiostro quello che ci unisce con il quale avvolgiamo il nostro quotidiano e i nostri sogni segreti o raccontati.
Capita anche che ci si conosca concretamente. Può capitare nelle aule di una scuola di scrittura o attraverso i link dei rispettivi blog.
Qualcuno si chiede perché così tanti scrivano. Molti amano pensare che lo si faccia per l’ambizione di diventare scrittori noti, e per il sogno di poter vedere un giorno una copertina con il proprio nome stampigliato sopra e la gente pronta a spendere una qualche decina di euro pur di acquistare la copia. E, se il desiderio non dovesse essere questo, saremmo invece solo degli inspiegabili mediocri "artisti" che preferiscono "volare basso" accontentandosi di letture in circolo e di vicendevoli compiacenti giudizi.
Pare ci sia oggi un discreto proliferare di scuole di scrittura e molti oramai annusano il potenziale florido business. Dicono che si spenda quasi più per scrivere che per leggere. E’ un’amabile battuta perchè chi scrive è uno che ama certamente leggere, leggere molto e con sfrenata passione. Non solo. I migliori lettori adorano leggere di tutto, sono onnivori e, prima o poi, decidono inevitabilmente di mettersi in gioco.
Dapprima lo si fa da soli, all’interno dei quattro muri di una confortevole stanzetta, infilando i propri scritti dentro un cassetto segreto. Poi si inizia ad avvertire dentro sè una impellente voglia di confronto e visibilità e così si attiva un blog su internet, si partecipa a qualche raduno amatoriale, si spediscono pagine dattiloscritte ad un concorso letterario fino ad arrivare, se si vuole proprio migliorare e perfezionarsi, a seguire un eventuale corso di scrittura, creativa o meno.
E qui si potrebbe disquisire parecchio sul termine "creativa" quale aggettivazione di predetti corsi.
Molti pensano che attraverso tali proposte si finisca per apprendere chissà quali ricette magiche utili a trasformare chiunque in novello Dan Brown o in uno degli altri analoghi scrittori di fama planetaria. E’ fin troppo ovvio che non sia così poiché se così fosse nascerebbero un tale numero di scuole di scrittura da competere con quello delle scuole di danza latino-americana (e, vista la moda imperante, è tutto dire).
Ad ogni modo avere l’opportunità di seguire lezioni dove: si venga ad apprendere la corretta struttura di un testo narrativo; si provi a giocare con le parole e il loro significato esatto o alternativo; si analizzi il conformismo creativo di un’idea o di un progetto di trama; si tenti di lavorare su sviluppi narrativi impensabili; si confronti assieme ai compagni d’avventura i propri lavori con proficuo interscambio di pareri (anche spiacevoli se necessario); vale innegabilmente molto più che determinare con esattezza se una scuola debba etichettarsi "creativa" o meno, o se essa debba sfornare al termine dei corsi presunti, agognati, patentini da scrittore in erba (brucata).

Etichette:

17 ottobre 2005

Questo mezzo paese

Questo mezzo paese alle urne che ha tanta voglia di un leader legittimato da investitura popolare.
Questo mezzo paese schizofrenico, umiliato e ottimista, suddito e orgoglioso.
Questo mezzo paese che alza la testa e muove le gambe, e sono tantissime, per recarsi ad apporre una firma che indichi con chiarezza una direzione.
Questo mezzo paese che rifugge dai sotterfugi e dai giochi di potere tra i corridoi e dentro le stanze di abitazioni non istituzionali.
Questo mezzo paese stanco di sopportare le furbate e i giochini di disperata sopravvivenza.
Questo mezzo paese che ha capito, e vuol far capire a tutti, anche all’altra metà del paese, che conta solo la democrazia, quella vera, alta, che viene dal popolo tutto attraverso l’uso di una matita e una scheda.
Questo mezzo paese che se ne frega di maggioritario, proporzionale, uninominale, doppio turno ma ci tiene ad esprimere un nome vero e sincero con il quale identificarsi per un po’, almeno fino alla prossima regolare scadenza elettorale.
Questo mezzo paese che vede cadere dall’alto la pioggia, la neve , la grandine e un premier astuto e non molto democratico.
Questo mezzo paese che non è così malato e che mostra di gradire una “mortadella” piuttosto che essere costretto ad assumere un caldo brodino rassegnato.

Etichette:

14 ottobre 2005

Questo paese

Questo paese dove in diretta nazionale tv ti mostrano (e se solo provi ad evitarlo te lo ripropongono in replica ad orari diversi) uomini che preferiscono rimanere su una isola stile Truman show piuttosto che correre a casa da una moglie che ha fatto le valigie e portato via con sé i figli.

Questo paese dove una domenica si radunano migliaia di cittadini in piazza e spendono del loro tempo per ascoltare un po’ di candidati alle democratiche primarie di uno schieramento politico, e la settimana dopo l’altro schieramento , attualmente al governo, vanifica tutto con una opportuna riforma elettorale.

Questo paese che ci dicono in preda ai raptus, dove tutti sniffano tutto e s’accoppiano la sera come conigli con i transessuali lasciando a casa le mogli e le fidanzate a guardarsi Desperate Housewives.

Questo paese che si è tanto commosso per la “Vita è bella” ma poi s’illude che la “vita è sballo”.

Questo paese sempre in guerra da qualche parte, ma pacifico mi raccomando, che si difende con esercitazioni sul proprio territorio simili a set cinematografici.

Questo paese dove il senso dello Stato a molti fa senso.

Questo paese dove ormai si tengono più scheletri che armadi. Più giudici inquisiti che inquirenti. Più arbitri di parte che imparziali (ma pagati dallo sponsor).

Questo paese che fa della voglia di riunirsi (dall’iscrizione alla bocciofila, alla visione delle partite con tessera sky, fino a quelle della P2) la propria identità nazionale.

Questo paese dove non si nega un giro di ballo a nessuno. Nemmeno ad un argentino evasore fiscale per qualche decina di milioni di euro.

Questo paese di così scarsa attività sportiva e sprofondato sulle poltrone (soprattutto di potere)

Questo paese svilito ed estenuato da tanti troppi incomprensibili referendum.

Questo paese del contrabbando e del mercato nero (dalle sigarette alle bistecche fiorentine).

Questo paese dei condoni e dei perdoni, del recupero del criminale recidivo e dei punti-patente a pagamento.

Questo paese che dopo il prete e il medico di famiglia è costretto sempre più ad aggiungersi una figura ormai indispensabile: l’avvocato di famiglia.

Questo paese è il mio, il vostro e vogliamogli bene davvero. Come ad un papà … Un papà che…

SIAMO UN PAESE DI ORFANI !!

Etichette:

12 ottobre 2005

Fumo

Una volta il pakistano per noi occidentali non era un abitante del pianeta ma significava, nel linguaggio slang: il fumo, il materiale da bruciare assieme al tabacco in una canna.
Una volta si fumava pakistano e la cocaina era roba per élite. Una volta.

In questi giorni pakistano sappiamo bene che significa.
C’è un punto della Terra dove c’è stata una scossa tremenda ed è avvenuta un’ecatombe. Ha ucciso, per ora, ventimila pakistani e un italiano a sentire le notizie. Che si vorrebbero più precise. Sull’italiano, ovviamente.

In questi giorni abbiamo appreso che la cocaina è roba ormai per tutti.
Ci fanno credere che tra non molto l’acquisteremo persino in tabaccheria e che ce la gusteremo impastata assieme al cioccolato degli ovetti per bambini.
Ci fanno credere che i festini dei nostri figli, una volta abietto ricettacolo di spacciatori di tartine e di pomiciatori invadenti, ruttanti coca-cola al buio, si siano ormai trasformati in bui centri di smistamento di cannucce per l’aspirazione nasale di candide piste di coca-ina.
Ci fanno credere che fuori dalle scuole i sorridenti distributori di bustine di figurine omaggio siano stati soppiantati da oscuri venditori di bustine di polvere bianca e che, a breve, inizieremo a cospargere sulla pelle delicata dei nostri bebè, già sotto stress, la coca-mentolata.

Questo i nostri media ci vogliono far credere.
Tutto ciò, probabilmente, solo per aiutarci a meglio compiangere o giustificare qualche giovane erede lentigginoso e sventato, o un attoruccolo di terz’ordine o una modella dal seno rifatto e il naso sfatto, incappati nelle maglie della giustizia per atti quotidiani a noi deprecabili ma in fondo pur sempre liberi (finchè non ci scappa il morto).

Si sta montando un pietismo insopportabile e uno stupore da emerite facce toste. Il ritornello deresponsabilizzante è quello del: “Che volete? Ma non sapete che oggi lo fanno quasi tutti?”.
Sarà anche vero ma intanto con l’esposizione mediatica di questa “centovetrine” del bel mondo, dove si fa a gara a prender le distanze, e si preferisce allargare il vergognoso (a detta loro) vizio anche sulle casalinghe disperate nostrane e sugli adolescenti da pub serale, non si fa certo un bel servizio alla nostra quotidiana società.
Mi illudo di pensare che la gente attorno, il mio vicinato, si limiti ancora solo ad assumere semplicemente qualche bicchiere di alcool in più, o a fumare sul terrazzo e fuori le porte dei locali le abituali bistrattate comuni sigarette, e che la gran parte di noi è vero che in fondo ha una personale tendenza viziosa ad assumere porcherie varie, ma rimane ben cosciente della ampia differenza esistente tra esse. Almeno a livello di quantità ed effetti collaterali.

E non vuole sembrare facile e ingenuo moralismo questo.
Come nemmeno intendo soffermarmi una riga (riga?) di più sui tormenti di alcuni sopravalutati semidei mediatici che diverranno, tra meno di un mese, fumo stantio per qualunque produttore di news. Fumo etereo, irrecuperabile quanto, e questo sì merita sgomento anche se per molti sarà banale retorica, l’ intera generazione di bimbi pakistani sepolta e scomparsa tra i fumi delle macerie delle aule di scuola, in un apocalittico giorno d’ottobre.

Etichette:

04 ottobre 2005

Breve rap poco etero

Si vomita musica
a ritmo ancestrale
scorre il sudore
sul tuo corpo sensuale
e ti vedo laggiù
nell’angolo buio scovata

una porcellana bagnata
da squarci di luce
le nude tue spalle
che sinuose si muovono
e ondeggiano
poi ti fermi e riprendi
e danzi messaggi
che nascon dentro di te

e condividere questo tuo gioco
certo non oso e mai lo farei
ma bella mi sembri lo stesso
pur se ti vedo alquanto geloso
baciare adesso
le labbra di… lei!

Etichette:

01 ottobre 2005

Intuizione di una megera


Mi trovo sul marciapiede davanti la porta di una farmacia stringendo tra le mani il manubrio di un passeggino. La mia amica è entrata lasciandomi il pupo da accudire con il solito: “Così ne approfitti per far pratica. Che ti servirà prima o poi”. Le avevo restituito una doverosa smorfia scettica.
Mi guardo intorno spaesato. I ghè-ghè del piccolo si mescolano al rumore delle auto che passano. Muovo il passeggino su e giù, più per sembrare disinvolto che per necessità. Il piccolo pare comunque apprezzare. La gente passa rivolgendogli sorrisi che lui ricambia con borbottii gutturali. Si apre la porta della farmacia e mi appresto a riconsegnare il tutto alla legittima proprietaria. Ne esce invece una spettinata vecchina, brutta e sdentata. Alla vista del bambino si ferma e inizia a riempirlo di complimenti: “ma che bello!”, “ma che colore di capelli!”, “ma guarda tu che occhioni lucenti”.
La vecchia, mentre gli parla da sopra, un po’ sputacchia così mi frappongo tra il pupo e lei onde proteggerlo con il mio corpo dai fendenti salivati. Chissà perché poi, improvvisamente, mi sale una sensazione di orgoglio per quel bambino e, neanche fossi io il padre, inizio a gonfiare il petto con una qual certa soddisfazione. La vecchia sembra concentrarsi meglio su di esso, stringe gli occhi, che divengon due fessure, e posa definitivamente il suo sguardo su di me. Io son lì, davanti a lei, che par dica: “già, che roba eh?”.
Mi fa: “No, no, non l’è mica roba sua questa”.
Poi se ne va via così, senza nemmeno un saluto.
La vedo voltare l’angolo basito e la immagino alle prese con un lucchetto e una catena avvolta sul manico di una spelacchiata scopa volante, poco più in là legata al palo dell'insegna del parcheggio. La strega !!

Etichette: