29 agosto 2005

corsi, ricorsi e concorsi di colpa

Nella tradizione del cinema americano esiste il genere del cinema impegnato che tocca temi importanti. Penso ad esempio al nucleare (Sindrome cinese), all’inquinamento ambientale (Erin Brockovich), al giornalismo politico d’inchiesta (Tutti gli uomini del Presidente).Sono, questi, tutti esempi di temi ispirati a fatti reali e trattati in modo serio, rigoroso e senza indulgere al facile macchiettismo.In Italia, purtroppo, non c’è gran tradizione per il cinema di tal genere. L’italiano, sin dal dopoguerra, fatta salva la gloriosa parentesi del neorealismo, è stato nutrito con la commedia, l’avanspettacolo e le storielle amene, o struggenti, aventi l’atteso e inevitabile lieto fine.Durante i tempi del fascismo ci si distraeva con i films definiti: dei telefoni bianchi; poi vennero i drammoni commoventi dell’accoppiata Matarazzo-Nazzari; poi seguì la saga quarantennale dell’ italiano medio e dell’ italiano pittoresco e picaresco dei Sordi, Manfredi, Tognazzi e Gassman; fino a giungere alla comicità facile e di pancia dei fratelli Vanzina, di quella tragicomica di Villaggio e del filone toscano capitanato da Pieraccioni.Le uniche eccezioni davvero impegnate sono venute da films sulla mafia (da Salvatore Giuliano di Rosi, fino ai più recenti riguardanti i martiri Falcone e Borsellino) e dai films sul periodo nero dei cosiddetti anni di piombo ovvero degli anni che hanno quale epicentro il delitto Moro.Ed è proprio in riferimento a questo ultimo periodo che nelle sale (preciso: nella unica sala cittadina che ha avuto un’affluenza, sabato sera ultimo scorso, di ben tre spettatori compreso il sottoscritto) si proietta la vicenda di un commissario (Francesco Nuti) alle prese con un caso di presunto suicidio di un sindacalista dei giorni nostri a seguito di un prologo ambientato pochi giorni prima del sequestro del presidente della DC.Qui la storia non la racconto che, per chi la volesse scoprire, non sarebbe nemmeno male, sennonchè dal regista (Claudio Fragasso, vedi: La casa 5, Non aprite quella porta 3, Palermo-Milano sola andata) mi sarei aspettato un film con più tensione e ritmo.Ho avuto invece l’impressione che il cast fosse totalmente inadeguato nella rappresentazione dei personaggi e nella recitazione davvero poco credibile. Mi è sembrato che Nuti e Benvenuti assieme facessero ancora ricordare i tempi dei “Giancattivi” e ci si aspettasse sempre, da un momento e l’altro, l’entrata in scena di Athina Cenci.Sul film aleggiava un’aria da thriller grottesco, non si sa quanto voluta, che mi ha ricordato in parte le atmosfere e la caratterizzazione dei personaggi di David Linch, quello dei tempi di Twin Peaks per capirci. Se così fosse: chapeau.

Ad ogni modo il periodo a cavallo del ‘77 rimane ancora una ferita troppo aperta per mantenere le dovute necessarie distanze. Forse sarà stato giusto evidenziare quanto poco oggi sia rimasto degli ideali di quegli anni e quanti “convinti rivoluzionari” di allora siano oggi degli stimati borghesi ben inseriti nei gangli del potere politico-mediatico-culturale odierno. Forse sarà inevitabile questo gettar fango "revisionista" verso chi nelle piazze auspicava “un mondo migliore e più giusto” con il pugno alzato contro chi “manteneva l’ordine costituito” con il manganello sfilato. Quelli sono stati anni duri e dolorosi, pieni di idee e programmi divulgati con il ciclostile e oscurati da nuvole di lacrimogeni e ammaccati dai colpi delle sbarre di ferro. Anni che hanno trovato l’inevitabile culmine e sfogo nelle canne fumanti delle P38 pronte a mordere con i loro proiettili le gambe (e poi molto altro) di malcapitati presunti, innocenti, nemici del popolo. Anni da dimenticare o forse da ricordare e analizzare con una migliore e più opportuna onestà storica. Anni di rabbioso disordine e di guerre civili cittadine delle quali proprio Padova, all’epoca, risultò essere uno dei focolai più accesi.

C’è, a chiudere, una delle scene finali dove si vede il figlio black-block soccombere ed implorare, sotto la gragnuola di manganellate dei poliziotti, l’intervento del padre commissario a protezione e difesa dopo che, ad una cena famigliare precedente, l’avesse offeso vomitandogli addosso slogan triti contro il potere schiavizzante delle multinazionali. E’ una scena che non fa certo ben sperare che la storia non si ripeta e che le colpe, gli eccessi e i voltafaccia opportunistici e meschini dei padri, non ricadano, ancora e sempre come al solito, sui figli. In fondo nemmeno loro tanto innocenti.

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20 agosto 2005

Lavare un elefante

Nel mio paese, Staranzano, vi risiedono circa tredicimila anime comprendendovi in esse gli animali tra cui le raze (anatre) vive almeno fino al giorno della sagra omonima.Scrivo del mio paese perchè è lì che risiede l'autrice del libro dal titolo: Lavare un elefante.Ed è un titolo che trovo bellissimo.Qui non si parla di savane e continenti africani ma di una coppia di coniugi che hanno fatto dell'apertura agli altri, dell'ascolto e dell'accoglienza, il proprio progetto comune di vita.L'autrice è originaria della provincia padovana, triestina d'adozione prima e poi residente, con il marito, a Staranzano nel cuore della bisiacaria.Nel libro si narra, inizialmente, di come sia nata la scintilla che ha portato alla scelta coraggiosa, anticonformistica e, forse per molti, sconcertante di radunare dal nulla, dentro le proprie mura di una mansarda, prima, e di una fattoria "alternativa", in seguito, giovani al di fuori delle comuni aggregazioni già esistenti (parrocchia e associazionismo vario).Si narra di anni condivisi assieme a ragazzi vivi e altruisti, di convivenza tra figli naturali e in affido, di problemi giovanili, di esperienze con l'handicap, di girandole di innamoramenti, di linee d'ombra lasciate alle spalle.Si narra anche di animali allevati ed accuditi con amore materno, di un "focoso" becco, di masorini innamorati, di una gatta eterna in vita e poi nella memoria.E si narra anche del dolore, di momenti estremamente intimi e di sensazioni profonde attraverso episodi struggenti e commoventi che raggiungono la poesia.Un libro che pare una saga magica dal sapore vagamente sudamericano, che abbraccia quasi quaranta anni di vita, scritta da una Isabel Allende dell'Isontino.Un libro autobiografico che è anche piuttosto divertente, dove ci sono parti che sembrerebbero frutto di sola fantasia se non fosse che alcune persone descritte io le abbia conosciute personalmente in altri momenti e contesti.Sono pagine che trasudano gioia di vivere, voglia di donarsi in cambio anche di un solo semplice sorriso. E' la storia di un amore coniugale intenso cementato dal desiderio di incontrarsi a vicenda e di accettarsi per quello che si è. E' la storia di un cammino spirituale e personale chissà mai se concluso pienamente. E' una maniera, credo, di invitarci a bere assieme a loro il buon latte genuino e prezioso di una capra provvidenziale e generosa.E mi piace credere che ciò che insegna questo libro è che nella vita non ci si debba fermare davanti a nulla perchè nulla è davvero impossibile se lo si desidera intensamente. Semplicemente potrà essere soltanto un pochino più faticoso. O terribilmente complicato qualche volta.Come lavare un elefante, per l'appunto.

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16 agosto 2005

Giù i calzoni, entra l'insegnante

Tanto per riprendere la mano una volta rientrati dalle ferie e visto che siamo ancora in agosto con la gente beata sulle spiagge, c’è questa cosa reiterata che accade un po’ dappertutto nel mondo e che i giornali riportano puntuali. Mi pare si sia già almeno al terzo o quarto caso in breve tempo.Parliamo di attentati terroristici? Tsunami o terremoti? Aerei che precipitano? No. Parliamo di insegnanti giovani e piacenti che istruiscono i propri studenti con particolari lezioni “private”. Finora l’andazzo se lo spartiscono i paesi anglosassoni (USA e GB) ma nulla impedisce che possa accadere altrove. In Italia, patria della maestrina dalla penna rossa, finora ancora nulla. D’altronde immaginare il personaggio deamicisiano avviluppato carnalmente con un Garrone o un Franti fa un certo effetto non c’è che dire.Ricordo che ai tempi della scuola l’insegnante faceva parte dei sogni proibiti di ogni studente maschio che si rispettasse. Mi sono sempre chiesto quanto coscienti fossero le giovani insegnanti, sugli effetti turbativi causati dai loro vestitini primaverili, quando entravano in classe e salivano sulla pedana per sedersi in cattedra. Ricordo una insegnante di matematica (a pensarci ora piuttosto nanetta e rotondetta ma con una minigonna mozzafiato) che sapeva sfoggiare un sorriso così coinvolgente che, per lei, avrei innalzato la migliore campana di Gauss in cambio di una sua derivata (carezza) o integrale (nudo).Sono di una generazione che è stata svezzata con le rotondità conturbanti delle varie Fenech, Guida e Cassino in un periodo di filmografia trash che si attende oggi di essere rivalutata persino da un Ghezzi in Fuori orario, e pensare a tutti questi imberbi studentelli brufolosi sedotti realmente da procaci ed avvenenti professoresse c’è da morire d’invidia per loro altro che per Alvaro Vitali.Poi, magari, mentre i fanciullini minorenni passano il tempo al bar a ruttare taniche di birra e fumare sigarette (o peggio) con gli amici raccontando loro le peripezie amorose subite, le donzelle in questione vengono bruciate, assieme ai loro registri di classe, al rogo mediatico e finiscono pure in galera. Qui ovviamente si scherza e si comprende benissimo tutte le possibili nefaste implicazioni dal punto di vista pedagogico, educativo, psicoevolutivo, eccetera.Ma sarà un caso che poi, in fondo, un libro dal titolo: “Lolito” scritto da una qualche penna femminile non sia ancora mai uscito fuori?

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01 agosto 2005

Mandi Maddy

C’è quel pensiero che si insinua e ti afferra dentro. Non si toglie, non se ne va. La sera precedente l’hai trascorsa guardando i suoi biondi capelli, con sorriso sornione pensando che tiene meno della metà dei tuoi anni, sparando battute spiritose a raffica per bearti ogni volta della sua risata. Probabilmente ha giocato con te, anzi, ne sei certo. Ma il gioco le è piaciuto e l’hai condotto bene. Probabilmente ventanni fa, anzi, certamente ventanni fa, nell’identica situazione avresti iniziato a pensare a come stringere e provarci. Oggi, no. Sarebbe ridicolo, tanto ridicolo. O forse no. Non hai voglia di cadere in facili trappole solo perché hai troppa voglia di donare, oltre a ricevere. Così ti rimane solo di scroccare sigarette e sorseggiare vino e grappa alternati. Ma stai in vacanza e allora goditi il salutismo montano.

C’è la strada asfaltata e dal parabrezza dell’auto osservi le montagne della Carnia. Hai appena accompagnato alcuni amici, tra i quali anche lei, alla stazione dei pulman per il rientro in città. Tra le dita avverti ancora il calore della sua mano che ha indugiato un po’ prima di staccarsi dalla tua al termine del saluto. Una fatica evitare le sue labbra e i suoi occhi azzurri. Ingrani la quinta nell’unico tratto rettilineo di una strada che attraversa minuscoli paesi abitati da gente semplice e sincera, dove puoi passare a prelevare una bombola del gas in un negozio e ripassare quando ti pare per il pagamento. Qui è tutto così semplice e vorresti che fosse semplice anche innamorarsi. Finalmente. Senza se e senza ma. Accadrà prima o poi. Intanto per questo paesaggio ci vorrebbe un po’ di buon jazz. Tieni Coltrane in macchina ma sai già che opterai per il pop di Robbie Williams. Le note di Rock DJ ripartono e, istintivo, butti lo sguardo sorridente allo specchietto retrovisore e ti sembra di vederla ancora, dietro te, con le sue spalle danzare.

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