Chi non lavora non fa l'amore
Se valesse il monito celentaniano ieri, in piazza San Giovanni a Roma, c’era una folla di mezzo milione di giovani che fanno della castità sessuale una fede più “imposta” di un qualunque aderente a Comunione e Liberazione. Questo per dire che il Primo Maggio più che una festa dei lavoratori è divenuta ormai la festa di chi il lavoro non riesce a trovarlo. Mega concerto con un pubblico oceanico di giovani disoccupati, o alla ricerca del primo decente impiego, e di giovani universitari (non solo giovani) più nobilmente definiti dalla società: “parcheggiati”.
Ho tenuto il televisore di casa acceso in sottofondo per l’intero pomeriggio e devo dire che, malgrado l’evento sia stato relegato sulla rete pubblica cenerentola (e c’è chi probabilmente vorrebbe pure relegarne la diffusione solo per la regione Lazio), il concerto del Primo Maggio è divenuto il nostro piccolo Woodstock annuale. Ragazzi che, sin dalle prime ore del mattino giunti da ogni dove, s’accampano in piazza con i loro zainetti e le bottigliette d’acqua in paziente attesa, senza disordine alcuno, che mica sono quei deficienti di tifosi che vanno allo stadio. Vengono a vedere un concertone gratuito e sanguigno dove trova spazio la musica cantautorale e il rock allergico a San Remo e agli struggimenti demenziali tipo Music Farm. Si snocciolano canzoni e vicendevoli omaggi tra artisti liberi di essere quello che sono senza freni o paletti di opportunità televisiva. Il presentatore può far battute colorite e sparare innocue volgarità che diventano scherzosi “schiaffi del soldato” per il Potere. Non c’è satira pesante ma ironia intelligente e sottile che raggiunge l’apice soprattutto quando sul palco salgono i “sacerdoti” della canzone d’autore e della parola musicata colta. Ecco, se c’è una omogeneità tra cantanti e complessi multigenerazionali qui, è il loro gusto per il testo letterario e ben scritto, magari cantato e suonato in modo straniato e dissonante. Per dire che cultura si può fare anche con un manico di stratocaster o un piano elettrico. E ben si è inserito, quale scelta felice di proporlo in megaschermo, il videoclip di Bruce Springsteen “Demon and dust” davvero ficcante quanto sa esserlo un brano di sola chitarra ed armonica a bocca. Ed io, così ben stimolate le mie papille musicali, al termine ho chiuso la serata infilando sul lettore di cd, prima di andare a coricarmi, “Blue Valentine” di Tom Waits.
Ho tenuto il televisore di casa acceso in sottofondo per l’intero pomeriggio e devo dire che, malgrado l’evento sia stato relegato sulla rete pubblica cenerentola (e c’è chi probabilmente vorrebbe pure relegarne la diffusione solo per la regione Lazio), il concerto del Primo Maggio è divenuto il nostro piccolo Woodstock annuale. Ragazzi che, sin dalle prime ore del mattino giunti da ogni dove, s’accampano in piazza con i loro zainetti e le bottigliette d’acqua in paziente attesa, senza disordine alcuno, che mica sono quei deficienti di tifosi che vanno allo stadio. Vengono a vedere un concertone gratuito e sanguigno dove trova spazio la musica cantautorale e il rock allergico a San Remo e agli struggimenti demenziali tipo Music Farm. Si snocciolano canzoni e vicendevoli omaggi tra artisti liberi di essere quello che sono senza freni o paletti di opportunità televisiva. Il presentatore può far battute colorite e sparare innocue volgarità che diventano scherzosi “schiaffi del soldato” per il Potere. Non c’è satira pesante ma ironia intelligente e sottile che raggiunge l’apice soprattutto quando sul palco salgono i “sacerdoti” della canzone d’autore e della parola musicata colta. Ecco, se c’è una omogeneità tra cantanti e complessi multigenerazionali qui, è il loro gusto per il testo letterario e ben scritto, magari cantato e suonato in modo straniato e dissonante. Per dire che cultura si può fare anche con un manico di stratocaster o un piano elettrico. E ben si è inserito, quale scelta felice di proporlo in megaschermo, il videoclip di Bruce Springsteen “Demon and dust” davvero ficcante quanto sa esserlo un brano di sola chitarra ed armonica a bocca. Ed io, così ben stimolate le mie papille musicali, al termine ho chiuso la serata infilando sul lettore di cd, prima di andare a coricarmi, “Blue Valentine” di Tom Waits.
Etichette: dalla cronaca


3 Comments:
mi ritrovai lungodisteso con la cartella per aria, il motorino di lato agonizzante, il naso sbucciato e il dannato autobus, che avrei dovuto prendere, passarmi accanto.
ahahaha, scusa, ma mi sto sbellicando dalle risateeee
lagradisca :-D
9:32 PM
Non so..io il concerto del primo maggio lo tollero e basta. Sono gli accostamenti che mi fanno prudere. Le magliette del Che e le bandiere della pace. Nulla in contrario alla libera espressione, se consapevole. C'è da dire sul Che e da dire sulla pace, ma sono le due cose insieme che mi creano qualche problema di orticaria. E poi la lotta al Potere in scarpe di Prada, l'alternativo coi capricci da star. Insomma, concerto del primo maggio esattamente come sanremo, per quel che se ne dica. Ma forse la consapevolezza in quei momenti è appannata dalla coltre di hashish così fitta da far cadere stecchiti i passeri sino a Piazza Navona. Ma si tollera anche quella. Nonostante quello che ripete e si ripete e si ripete sempre uguale ogni anno, qui ognuno può proprio fare quello che gli pare.
Ah, beh..certo, tutto tranne essere in disaccordo.
Urdr
1:05 PM
@ lagradisca: mi sbaglierò ma... avverto su di me un tono vagamente derisorio... e poi mica si usava il casco allora che almeno mi sarei sbucciato la visiera...
@ Urdr: Ho letto poi che Jannacci s'è lamentato riguardo l'opportunismo di certi gruppi e cantanti nel presentarsi all'evento. Non sarà tutto oro quello che luccica e l'ambiente ormai continua ad esternare le sue perenni icone e bandiere consunte o dal significato perso nel tempo assieme a diverse contraddizioni, ma almeno il concerto annuale offerto dai sindacati confederali è un'occasione per dar visibilità ad un tipo di proposte musicali tendenzialmente ai margini del mercato discografico (o quasi). Credo
8:36 PM
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