Leggo da Repubblica.it:
Fandango offre gli inizi dei nuovi libri di 20 scrittori e 4 sceneggiatori da Baricco a Veronesi, da Stephen King a Scott Turow, a Margaret Atwood.Il ricavato in beneficienza per le vittime dello tsunami in Sri Lanka.Ecco. Ora mi chiedo: ma stà idea a chi interessa davvero? Chi compra? Io mi ritengo un discreto lettore medio ma di acquistare un libro di incipit (tratti da opere reali e di pronta pubblicazione) francamente non mi intriga né interessa. E se fossi al contrario un lettore scarso, o quasi nullo, ovviamente tantomeno.
Che significato editoriale può avere tutto ciò che non sia mero strumento per una opera di beneficenza? In futuro è pensabile che si possa arrivare ad una letteratura di genere fatta esclusivamente di incipit?
- Cosa stai leggendo cara?- Oh, guarda, ho appena iniziato un’incipit della Allende e poi passo a “Cento righe di solitudine di Marquez” e tu?- Beh, a me intriga il giallo da obitorio per cui sto leggendo la Cornwell ma purtroppo so già che non scoprirò mai chi sarà il serial killer alla fine.Cose così.
E’ vero che l’incipit è, per molti versi, la chiave per aprire le porte di un romanzo e che da esso uno comprende già l’atmosfera di cosa lo può aspettare nel proseguo della lettura. Ma è una parte, appunto, non il tutto della fatica di un autore.
E’ vero anche che di molti libri ci si ricordi alla fine solo le prime righe tanto sono noiosi. Soprattutto se letti la sera prima d’addormentarsi dove l’incipit (di ogni capitolo) diviene tanto più efficace quanto più assume la funzione di sostituto della tisana soporifera.
E’ la filosofia da sommelier che prende corpo in libreria:
“testo iniziale deciso, breve, secco, con ambientazione lirico-struggente, ottimo per dono natalizio…”E’ porre su mercato in un unico volume quello che tutti noi facciamo quando entriamo in una libreria per farci un’idea di cosa acquistare: passeggiare tra gli scaffali, piluccare libri qua e là, aprirli e iniziare a leggere le prime righe di testo per capire se ci prende. Ecco questa, mi par di capire alla fine, è probabilmente una benemerita operazione di razionalizzazione dei nostri sforzi.
Ricordo che una operazione similare fu fatta negli anni settanta quando uscirono una serie di compilation su LP intitolate 30x60 dove si ascoltavano, in quegli angusti solchi, gli attacchi dei più famosi brani degli anni ruggenti. Fu un’operazione obrobriosa degna di quell’epoca segnata dall’estremismo scatolificeo (tutti gli alimenti erano in scatola), dalle bevande che uscivano dai colorifici, dai pantaloni a zampa d’elefante e le camicie attillate quanto il cellophane.
Poi se la cosa, propongo, la estendessimo anche per buona parte della programmazione televisiva (zapping automatico ogni trenta secondi) o a certo cinema (limitandosi alla visione dei soli titoli di testa) avremmo, forse, finalmente, tanto tempo in più da spendere per relazioni vere e quanto mai logorroiche e prolisse con chi ci sta vicino. O forse no?
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