25 maggio 2005

Te lo do io il TG

Tanto per indicare buone letture accompagnate a televisione di qualità, mi è capitato di sentir dare dal TG5 di prima serata (ripeto: p-r-i-m-a s-e-r-a-t-a!) una di quelle notizione da entusiasmo incontenibile. Il servizio è durato almeno dieci minuti con tanto di intervista a editore e sceneggiatore, più filmato di repertorio dell’opera in costume già trasmessa alla quale ci si è ispirati. Da notare che fu uno strepitoso successo di ascolto all’epoca. Di che parlo? Ma dell’uscita su uno dei prossimi numeri di Topolino (ma che sia stato ripreso di nuovo dalla Mondadori?) della storia di:
PAPERINA DA RIVANDOSA !!
Ora il mio sogno è vedere tavole disegnate con:
Minnie De Filippi e Costanzo Baffettoni
Wow, che sinergie!!!
A quando Giovanni Muciaccia al posto di Lamberto Sposini?

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23 maggio 2005

PPM

No, non scriverò qui di Pier Paolo Masolini (capito la battuta? No? Non importa).
A seguito della casuale lettura di un post di E.Assante su repubblica.it, il PPM (Portable People Meter) del titolo è un aggeggio elettronico abbastanza simile ad un comune cercapersone (tipo quelli che si vedono trillare sul più bello nelle camere da letto dei medici di E.R. mentre si sollazzano con disponibili e procaci infermiere) che dovrebbe servire ai pubblicitari per la misurazione dell’audience universale, ovvero di tutto ciò che riguarda il mondo del fruibile e desiderabile (dagli ascolti agli acquisti).
E’ un minuscolo ma vorace registratore di dati che contribuirà a far lievitare le innumerevoli torte di grafici previsti per l’analisi statistica dei nostri gusti. Il tutto a seguito di un progetto chiamato Apollo. Non ho elementi ulteriori per la spiegazione ma mi documenterò.
Il pensiero, invero piuttosto irritato che mi sovviene, è però questo: capisco l’ansia di chi produce qualsivoglia prodotto di voler conoscere il proprio mercato potenziale o reale, per meglio adattarsi e collocarsi in esso, ma i “campioni” (qui non in senso agonistico sportivo) deficienti patentati che si presterebbero a questo giochetto “terminale” li comprendo francamente molto meno.
Mi piacerebbe tanto capire cosa possa spingere un consumatore medio (fruitore di media) ad accettare il trasporto su di sé di tale eventuale oggetto. Suppongo che lo debba tenere persino sotto il cuscino la notte perché esso possa rilevare le frequenze della stazione radio impostata sulla radiosveglia, oppure impermeabilizzato sotto i testicoli mentre si lava sotto la doccia e ascolta, attraverso il getto dell’acqua, le news mattutine.
Ovviamente questi aggeggi mica si pensa di consegnarli ad un Umberto Eco (Aiax, il Templare bianco) o alla Rita Levi Montalcini (Sky permettendo).
Ma secondo voi qui vi chiedo accorato: li pagano tutti questi volontari della ammorbante dittatura del gusto medio/mediocre? Li mandano in vacanza premio ai caraibi? Gli promettono gloria televisiva attraverso un Reality Shopping?Ma conoscete voi almeno uno di questa segreta casta attuale (auditel) o futura (PPM)? Datemi un nome e la loro parola d’ordine perdiana! Ma chi sono? Dove abitano? Eppure sono tra noi, camminano tra noi mascherandosi peggio dei “visitors”.
In fondo sono loro l’anello essenziale ed indispensabile al funzionamento della Macchina del Grande Fratello. Almeno lo saranno ancora per un po’. Almeno fintantochè non saremo tutti interattivamente connessi con l’amato digitale terrestre, satellitare o telefonico. E non saremo più persone, né avremo più nomi, divenendo al fine, per chi ci sta osservando gaudente da sopra le vette delle montagne di dati incrociati: null’altro che banali profili da profitto.

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18 maggio 2005

Croci(ate) e delizie

Dal Signore degli Anelli prelevate Legolas e vestitelo da Aragorn, trasformatelo in un recente vedovo di moglie suicida e, mentre piange e tempra i suoi muscoli nel caldo insopportabile di una fucina da maniscalco, fategli incontrare il proprio padre (Goffredo), mai fino allora conosciuto, che lo invita a seguirlo nientemeno che a cercar gloria assieme a lui in Terrasanta. Ci sarebbe da difendere la città di Gerusalemme dall’avanzata del feroce Saladino, perbacco! Naturalmente il bravo vedovo, prima riluttante, si decide a seguire il padre e, nel tempo scarso di una trentina di minuti (di pellicola) si trova nell’ordine: investito Cavaliere dal padre morente (col nome di Balian di Ibelin); sopravvissuto ad un naufragio; in mezzo le dune a duellare e risparmiare la vita al luogotenente di Saladino; a entrare nelle grazie del re di Gerusalemme, fratello di strepitosa donzella già sposa di infingardo prossimo successore (ed è inutile dire che scoppia l’ovvia attrazione tra i due giovani davvero bellini).
Il film prosegue con scene di: bande templari dedite al saccheggio preventivo; orde di mori dalla compostezza british; battaglie con lanci di globi infuocati lungo il cielo stellato che fa tanto “guerra tra i mondi” (e in fondo lo è); armate cristiane massacrate in mezzo il deserto in stile “Little Big Horn”. Alla fine Fort Alamo Jerusalem cede all’assedio e finisce nelle mani degli infedeli. Dopo un accordo finale tra l’indomito difensore Balian e il feroce (?) Saladino (vagamente somigliante a Kabir Bedi) tutti i sopravissuti della città, fin troppo magnanimamente direi, possono rientrare mesti ma vivi in Europa.
Il film si chiude con il maniscalco che ritorna a fare il suo mestiere accompagnato in patria dalla ex-regina, autospodestatasi per amore dopo aver perso il fratello re (morto di lebbra) e il marito re successore (già parecchio cornificato da lei in precedenza e definitivamente fatto prigioniero dai mori in battaglia poi).
Ma il lieto fine vuole che il prode riceva pure un nuovo invito a quattr’occhi, da parte di Riccardo Cuor di Leone (ma passano tutti da lui?), ad aderire alla successiva imminente “santa” crociata per la riconquista di Gerusalemme. Balian rinuncia per amor dell’umile mestiere ma, se nel caso dovesse accettare davvero l’invito ripensandoci ancora una volta, lo sapremo solo se il Dio degli eserciti lo vorrà e soprattutto se la produzione hollywoodiana deciderà di finanziare un sequel . Nell’attesa egli e la sua bella scorazzano felici a cavallo lungo i sentieri in cima le scogliere di Francia.

Il film è di Ridley Scott ed è, per quanto riguarda la ricostruzione degli ambienti e le battaglie, una garanzia di accuratezza e spettacolarità. Il regista non sembra qui voler giocare sul facile luogo comune dello scontro tra civiltà ma pare mantenere un’equidistanza di valori tra le parti ed un rispetto tra i contendenti. Forse il messaggio migliore è proprio quello di far vedere la città di Gerusalemme quale centro fertile di vita che abbraccia fedi religiose diverse (ebrea, araba, cristiana) con all’interno delle sue mura gli edifici e costruzioni simbolo quali il Tempio, Il Muro e la Moschea, nonchè un popolo variegato e multirazziale che diviene per noi espressione di un’idea e un sogno comune forse mai davvero possibile.

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12 maggio 2005

PPP

Italia: patria di santi, navigatori e di poeti… ammazzati!In questi giorni, dopo trenta anni esatti, si riparla di ciò che è successo ad un uomo. Una sconvolgente tragedia senza ancora una chiara risposta. Mezze verità celate, segreti, ritrattazioni, confessioni improvvise sotto l’occhio di una telecamera. Insomma l’eterno giallo italiano con tanto di mistero irrisolto come da sempre ci capita di sentire.

Qui a seguire un omaggio ad un uomo che ha amato una terra non sua, nella quale non vi è nato, ma con la quale ha intrecciato un rapporto profondissimo di amore e rispetto reciproco. Perchè il friulano ama essere persona schiva, dura, legata alla terra ma pronta a dare calore e cordialità a chiunque ami la sostanza delle cose e la semplicità della vita. Fosse pure un buon bicchiere di vino tra amici o una partita di pallone su un campo spelacchiato di periferia. Come amava fare lui: PPP

Timp furlan! Na scussa umida
di sanbùc, na stela
nassuda nenfra il fun
dai fogolàrs, na sera pluvisina - un pulvìn di fen.
tai ciavièj o in tal sen
di un frut ch’al ven sudàt da la ciampagna
ta la sera rovana.
[…]

Tempo friulano! Una scorza umida di sambuco, una stella nata in mezzo al fumo dei focolari, in una sera piovigginosa – un pulviscolo di fieno nei capelli o nel petto di un ragazzo, che viene sudato dalla campagna nella sera infuocata. […]
(da La meglio gioventù)

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09 maggio 2005

Sogni torinesi

Come molti certamente sanno in questi giorni a Torino è in corso la Fiera del libro. Il tema conduttore è: il sogno.

Ed ecco qui alcune definizioni, ricavate un po' a casaccio dall'inserto culturale allegato al corriere, di autorevoli esponenti della letteratura di ogni tempo:

Tutto ciò che vediamo o sembriamo non è altro che un sogno in un sogno.
(Edgar Allan Poe)

Il sogno è l’infinita ombra del vero.
(Giovanni Pascoli)

Mi dice l’acqua che il sogno è svanito per sempre! La nebbia lo sostiene, e la nebbia è solo stanchezza della neve.
(Edgar Allan Poe)

Chi rifiuta il sogno deve masturbarsi con la realtà.
(Ennio Flaiano)

La vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere?
(Gigi Marzullo)

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07 maggio 2005

Naturalmente, un ringraziamento

17 eravamo, per Il nome della Rosa.
Diciassette persone che hanno snobbato una bella giornata di sole, e sfidato la scaramanzia, auto-esiliandosi all’interno di una stanza di un’abbazia (Praglia) per parlare di un libro che non è poi così antico nè recentissimo.
Un libro che sembra a molti storico, ma sostanzialmente è di pura invenzione; che sembra a tutti un giallo, ma lo è più per il film (furbo) che ne è stato ricavato all’epoca; che è infarcito di mascherati codici ben più antecedenti di quelli pseudonarrati da discutibili bestsellers in serie che vanno dal Codice da Vinci al Codice della Strada. Un libro che è opera leggibile su così tanti piani e livelli che nemmeno le povere e rimpiante Twin Towers…Insomma, un po’ di noi ci siamo trovati riuniti ad ascoltare il bravissimo Fabio Fracas di Macademia, che ama definirsi scrivente (o scrivano?), il quale ha manifestato una volta di più quanto la sua curiosità viva, poliedrica e la innegabile capacità di dipanare i contorti fili di pensiero, ammonticchiati dentro le stanze della sua vasta memoria, riescano a creare agganci culturali e lo rendano un "divulgagiocatore" (ecco qui una bella definizione coniata e regalata) estremamente stimolante. E uso questo mio spazio per ringraziarlo a nome di tutti.
Nel tempo di una mattinata e di un pomeriggio (senza irrevocabili limiti d’orario) abbiamo assieme condiviso la nostra immutata passione per questo romanzo di Eco che non finisce ancora, magari siano trascorsi più di vent’anni dalla sua prima edizione (e mi pregio di aver letto proprio l’edizione d’esordio), di regalarci seduzione, coinvolgimento e nuovi svelati significati.

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06 maggio 2005

HincipiT Parade

Leggo da Repubblica.it:

Fandango offre gli inizi dei nuovi libri di 20 scrittori e 4 sceneggiatori da Baricco a Veronesi, da Stephen King a Scott Turow, a Margaret Atwood.
Il ricavato in beneficienza per le vittime dello tsunami in Sri Lanka.

Ecco. Ora mi chiedo: ma stà idea a chi interessa davvero? Chi compra? Io mi ritengo un discreto lettore medio ma di acquistare un libro di incipit (tratti da opere reali e di pronta pubblicazione) francamente non mi intriga né interessa. E se fossi al contrario un lettore scarso, o quasi nullo, ovviamente tantomeno.
Che significato editoriale può avere tutto ciò che non sia mero strumento per una opera di beneficenza? In futuro è pensabile che si possa arrivare ad una letteratura di genere fatta esclusivamente di incipit?

- Cosa stai leggendo cara?
- Oh, guarda, ho appena iniziato un’incipit della Allende e poi passo a “Cento righe di solitudine di Marquez” e tu?
- Beh, a me intriga il giallo da obitorio per cui sto leggendo la Cornwell ma purtroppo so già che non scoprirò mai chi sarà il serial killer alla fine.

Cose così.

E’ vero che l’incipit è, per molti versi, la chiave per aprire le porte di un romanzo e che da esso uno comprende già l’atmosfera di cosa lo può aspettare nel proseguo della lettura. Ma è una parte, appunto, non il tutto della fatica di un autore.
E’ vero anche che di molti libri ci si ricordi alla fine solo le prime righe tanto sono noiosi. Soprattutto se letti la sera prima d’addormentarsi dove l’incipit (di ogni capitolo) diviene tanto più efficace quanto più assume la funzione di sostituto della tisana soporifera.

E’ la filosofia da sommelier che prende corpo in libreria: “testo iniziale deciso, breve, secco, con ambientazione lirico-struggente, ottimo per dono natalizio…”

E’ porre su mercato in un unico volume quello che tutti noi facciamo quando entriamo in una libreria per farci un’idea di cosa acquistare: passeggiare tra gli scaffali, piluccare libri qua e là, aprirli e iniziare a leggere le prime righe di testo per capire se ci prende. Ecco questa, mi par di capire alla fine, è probabilmente una benemerita operazione di razionalizzazione dei nostri sforzi.

Ricordo che una operazione similare fu fatta negli anni settanta quando uscirono una serie di compilation su LP intitolate 30x60 dove si ascoltavano, in quegli angusti solchi, gli attacchi dei più famosi brani degli anni ruggenti. Fu un’operazione obrobriosa degna di quell’epoca segnata dall’estremismo scatolificeo (tutti gli alimenti erano in scatola), dalle bevande che uscivano dai colorifici, dai pantaloni a zampa d’elefante e le camicie attillate quanto il cellophane.

Poi se la cosa, propongo, la estendessimo anche per buona parte della programmazione televisiva (zapping automatico ogni trenta secondi) o a certo cinema (limitandosi alla visione dei soli titoli di testa) avremmo, forse, finalmente, tanto tempo in più da spendere per relazioni vere e quanto mai logorroiche e prolisse con chi ci sta vicino. O forse no?

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05 maggio 2005

Vent'anni dopo

A proposito di cura dei testi nelle canzoni ecco qui riproposto un esempio classico di cantautore famoso proprio per questa capacità.
I versi mi sono giunti quale presentazione per un volantino d'invito ad una rimpatriata tra amici con i quali ho condiviso all'epoca delle bellissime esperienze umane e di comunità (non interessa qui quali).

"…. E ancora non sai come potrai trovare lungo i muri un'esperienza; sapere vorrai, ma ti troverai vent'anni dopo al punto di partenza. E senti ancora quelle voci di mezzi amori e mezze vite accanto; non sai però se sono vere, o sono dentro all'anima soltanto; nei sogni che hai, sai che canterai di fiori che galleggiano sull'acqua. Nei giorni che avrai ti ritroverai vent' anni dopo sempre quella faccia."

Francesco Guccini "Vent'anni dopo"

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02 maggio 2005

Chi non lavora non fa l'amore

Se valesse il monito celentaniano ieri, in piazza San Giovanni a Roma, c’era una folla di mezzo milione di giovani che fanno della castità sessuale una fede più “imposta” di un qualunque aderente a Comunione e Liberazione. Questo per dire che il Primo Maggio più che una festa dei lavoratori è divenuta ormai la festa di chi il lavoro non riesce a trovarlo. Mega concerto con un pubblico oceanico di giovani disoccupati, o alla ricerca del primo decente impiego, e di giovani universitari (non solo giovani) più nobilmente definiti dalla società: “parcheggiati”.
Ho tenuto il televisore di casa acceso in sottofondo per l’intero pomeriggio e devo dire che, malgrado l’evento sia stato relegato sulla rete pubblica cenerentola (e c’è chi probabilmente vorrebbe pure relegarne la diffusione solo per la regione Lazio), il concerto del Primo Maggio è divenuto il nostro piccolo Woodstock annuale. Ragazzi che, sin dalle prime ore del mattino giunti da ogni dove, s’accampano in piazza con i loro zainetti e le bottigliette d’acqua in paziente attesa, senza disordine alcuno, che mica sono quei deficienti di tifosi che vanno allo stadio. Vengono a vedere un concertone gratuito e sanguigno dove trova spazio la musica cantautorale e il rock allergico a San Remo e agli struggimenti demenziali tipo Music Farm. Si snocciolano canzoni e vicendevoli omaggi tra artisti liberi di essere quello che sono senza freni o paletti di opportunità televisiva. Il presentatore può far battute colorite e sparare innocue volgarità che diventano scherzosi “schiaffi del soldato” per il Potere. Non c’è satira pesante ma ironia intelligente e sottile che raggiunge l’apice soprattutto quando sul palco salgono i “sacerdoti” della canzone d’autore e della parola musicata colta. Ecco, se c’è una omogeneità tra cantanti e complessi multigenerazionali qui, è il loro gusto per il testo letterario e ben scritto, magari cantato e suonato in modo straniato e dissonante. Per dire che cultura si può fare anche con un manico di stratocaster o un piano elettrico. E ben si è inserito, quale scelta felice di proporlo in megaschermo, il videoclip di Bruce Springsteen “Demon and dust” davvero ficcante quanto sa esserlo un brano di sola chitarra ed armonica a bocca. Ed io, così ben stimolate le mie papille musicali, al termine ho chiuso la serata infilando sul lettore di cd, prima di andare a coricarmi, “Blue Valentine” di Tom Waits.

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