venticinqueaprile
Chiamare "teatro della politica" quello che viene rappresentato quotidianamente nel nostro Paese significa fare un complimento immeritato ai politici attuali e un’ingiuria all’Arte del Teatro.
Chi fa teatro si nutre (metaforicamente perché le sovvenzioni sono quelle che sono) dei propri faticosi successi e vive di agognati applausi. I politici qui invece si beccano magari sonore bordate di fischi (risultati elettorali), da scappare a gambe levate sommersi da pomodori e uova, salvo essere premiati invece poi da un bel bis. Ed ecco così il nuovo tentativo di governo (bis appunto) pronto a ripartire quasi come nulla fosse. Qualche cambiamento? Si, certo, come no. Un esempio su tutti: al Ministero della Salute fuori un ministro medico e dentro un ex-governatore sonoramente sconfitto alle ultime regionali. Uno di quelli che (lo dico sottovoce sennò s’offendono) fino all’altro ieri avevano nostalgia delle sigarette da aspirare a pieni polmoni per poi spegnerle sulla pelle del corpo di recalcitranti oppositori. Va bene, non mi voglio arrabbiare troppo né fare il facile qualunquista. Certo è che vedere, la sera del 25 aprile sulla televisione di stato, un bel sceneggiato (lo so, ora si dice fiction) come quello sulla vita di De Gasperi sembra quasi incredibile. E diretto da una regista come la Cavani che "popolare" (inteso soprattutto come partito) proprio non è. Peccato che poi a seguire, purtroppo, si sconti tal piacere con l’immancabile noioso dibattito del giornalista salottiero.
Ricordare le nobili gesta e gli ideali dei nostri lontani politici, i fondatori della nostra attuale Costituzione repubblicana, giunta già alla veneranda e decrepita età di (pensate) 58 anni, dà una sensazione di era remota simile a quella che si prova con le agiografie sui santi. Che poi la Costituzione americana di anni ne abbia appena 230, più o meno, e la Magna Charta si perda nei tempi da codice da Vinci, beh, son affari degli altri che non amano il modernismo e gli aggiornamenti puntuali in stile microsoft degli articoli, compiuti a colpi di maggioranze parlamentari.
Continuare a ricordare (chissà se nelle scuole primarie lo si fa ancora o esiste ormai la par condicio del sussidiario) che sono esistiti uomini (di ogni colore politico tranne il nero) che hanno vissuto e manifestato ideali attraverso una progettualità politica "alta" e popolare (non populista), aliena da interessi personali e da personalismi, sotto l’incalzare dei bombardamenti americani a tappeto e delle rappresaglie tedesche, può solo aiutarci a far sembrare ancor più grotteschi e ridicoli (e pare non esserci limite) gli attuali "statisti" i quali vengono costretti (pensate un po’) a ripetitivi, spossanti e compiacenti interrogatori, accecati dai violenti fari di uno studio televisivo, o finiscono buona parte dell’anno in soggiorni clandestini sulle invivibili (ma vip-pibili) coste sarde (a volte rinchiusi dentro inaccessibili ville) o si espongono all’inaspettato pericolo di ricevere gragnuole di petardi piovuti dalle tribune di uno stadio durante un derby. E chissà quanto un giorno i nostri figli sapranno esser loro riconoscenti nel ricordo come lo siamo stati noi. Io ieri ho capito solo che da quel primo venticinque aprile son trascorsi ormai sessanta anni esatti e c’è chi pensa che sia venuta l’ora di riporre finalmente e definitivamente le bandiere e mandare l'odiata Libertà, nata dalla Resistenza, in pensione per raggiunti limiti d’età. In fondo l’Italia, lo sappiamo tutti, è pur sempre una Repubblica fondata sul lavoro.
Chi fa teatro si nutre (metaforicamente perché le sovvenzioni sono quelle che sono) dei propri faticosi successi e vive di agognati applausi. I politici qui invece si beccano magari sonore bordate di fischi (risultati elettorali), da scappare a gambe levate sommersi da pomodori e uova, salvo essere premiati invece poi da un bel bis. Ed ecco così il nuovo tentativo di governo (bis appunto) pronto a ripartire quasi come nulla fosse. Qualche cambiamento? Si, certo, come no. Un esempio su tutti: al Ministero della Salute fuori un ministro medico e dentro un ex-governatore sonoramente sconfitto alle ultime regionali. Uno di quelli che (lo dico sottovoce sennò s’offendono) fino all’altro ieri avevano nostalgia delle sigarette da aspirare a pieni polmoni per poi spegnerle sulla pelle del corpo di recalcitranti oppositori. Va bene, non mi voglio arrabbiare troppo né fare il facile qualunquista. Certo è che vedere, la sera del 25 aprile sulla televisione di stato, un bel sceneggiato (lo so, ora si dice fiction) come quello sulla vita di De Gasperi sembra quasi incredibile. E diretto da una regista come la Cavani che "popolare" (inteso soprattutto come partito) proprio non è. Peccato che poi a seguire, purtroppo, si sconti tal piacere con l’immancabile noioso dibattito del giornalista salottiero.
Ricordare le nobili gesta e gli ideali dei nostri lontani politici, i fondatori della nostra attuale Costituzione repubblicana, giunta già alla veneranda e decrepita età di (pensate) 58 anni, dà una sensazione di era remota simile a quella che si prova con le agiografie sui santi. Che poi la Costituzione americana di anni ne abbia appena 230, più o meno, e la Magna Charta si perda nei tempi da codice da Vinci, beh, son affari degli altri che non amano il modernismo e gli aggiornamenti puntuali in stile microsoft degli articoli, compiuti a colpi di maggioranze parlamentari.
Continuare a ricordare (chissà se nelle scuole primarie lo si fa ancora o esiste ormai la par condicio del sussidiario) che sono esistiti uomini (di ogni colore politico tranne il nero) che hanno vissuto e manifestato ideali attraverso una progettualità politica "alta" e popolare (non populista), aliena da interessi personali e da personalismi, sotto l’incalzare dei bombardamenti americani a tappeto e delle rappresaglie tedesche, può solo aiutarci a far sembrare ancor più grotteschi e ridicoli (e pare non esserci limite) gli attuali "statisti" i quali vengono costretti (pensate un po’) a ripetitivi, spossanti e compiacenti interrogatori, accecati dai violenti fari di uno studio televisivo, o finiscono buona parte dell’anno in soggiorni clandestini sulle invivibili (ma vip-pibili) coste sarde (a volte rinchiusi dentro inaccessibili ville) o si espongono all’inaspettato pericolo di ricevere gragnuole di petardi piovuti dalle tribune di uno stadio durante un derby. E chissà quanto un giorno i nostri figli sapranno esser loro riconoscenti nel ricordo come lo siamo stati noi. Io ieri ho capito solo che da quel primo venticinque aprile son trascorsi ormai sessanta anni esatti e c’è chi pensa che sia venuta l’ora di riporre finalmente e definitivamente le bandiere e mandare l'odiata Libertà, nata dalla Resistenza, in pensione per raggiunti limiti d’età. In fondo l’Italia, lo sappiamo tutti, è pur sempre una Repubblica fondata sul lavoro.
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