Foto safari
Raggomitolati, i nasi costretti ad annusare il fondo della barca, e con lo sciabordio dell'acqua sullo scafo a farci compagnia ci siamo infilati, attraverso il pertugio, nel dedalo di stanze nascoste nel ventre della montagna. Dopo un po’, sollevato il capo, abbiamo iniziato a seguire il fascio di luce emanata dalla torcia della guida intenta a spiegarci, con tono monocorde, le meraviglie di quel mondo stupefacente nel quale la luce sapeva di essere un ospite a malapena sopportato.
Abbiamo imparato così che una aguzza stalattite pendente o una robusta stalagmite eretta, impiega qualche migliaio di anni per crescere così come le vediamo. E questo grazie al paziente lavoro di umili gocce d’acqua miste a calcare ed altri depositi solidi, posate l’una sull’altra, e solidificate alla pazzesca velocità di un decimo di millimetro al secolo. Un solo tocco delle nostre dita unte o sudate può impedirne la crescita per una ventina d’anni almeno.
Cribbio, mi son detto, e mi son messo subito a cercare in tasca, istintivo, una salvietta per asciugarmi.
Arrivati al fondo della caverna principale, tutti noi visitatori siamo scesi dalla barca per salire sul pontile e accedere così all’angusta riva sotterranea. Mentre il barcone riportava all’uscita i precedenti visitatori, siamo rimasti lì alcuni minuti in attesa , novelli esploratori di un romanzo di Jules Verne sul Nautilus, volgendo lo sguardo qua è là tra le stanze create dall’acqueo architetto che vi soggiornò padrone in un passato biblico.
Ad un certo punto abbiamo notato un esserino peloso a testa in giù, aggrappato alla volta del soffitto, che dormiva indisturbato. Doveva aver preso un Tavor vista l’indifferenza assoluta per il brusio delle persone presenti di fronte la riva del buio laghetto. Qui, l’amico che stava con me, notato l’interessante soggetto, mi dice: “fammi luce con la tua pila che gli faccio una bella foto senza il flash”. Lo vedo puntare la digitale verso l’immobile e raccapricciante bestiola, avvolta nelle proprie ali come un involtino arabo in foglia di vite, zoomare e scattare con un clic quasi muto. Poi gli dico: “Beh? Allora ? Com’è venuta?”. Lui osserva il visore e la composizione dei pixel, si gira e mi fa: “Sai, temo che l’immagine sia venuta mossa”.
Abbiamo imparato così che una aguzza stalattite pendente o una robusta stalagmite eretta, impiega qualche migliaio di anni per crescere così come le vediamo. E questo grazie al paziente lavoro di umili gocce d’acqua miste a calcare ed altri depositi solidi, posate l’una sull’altra, e solidificate alla pazzesca velocità di un decimo di millimetro al secolo. Un solo tocco delle nostre dita unte o sudate può impedirne la crescita per una ventina d’anni almeno.
Cribbio, mi son detto, e mi son messo subito a cercare in tasca, istintivo, una salvietta per asciugarmi.
Arrivati al fondo della caverna principale, tutti noi visitatori siamo scesi dalla barca per salire sul pontile e accedere così all’angusta riva sotterranea. Mentre il barcone riportava all’uscita i precedenti visitatori, siamo rimasti lì alcuni minuti in attesa , novelli esploratori di un romanzo di Jules Verne sul Nautilus, volgendo lo sguardo qua è là tra le stanze create dall’acqueo architetto che vi soggiornò padrone in un passato biblico.
Ad un certo punto abbiamo notato un esserino peloso a testa in giù, aggrappato alla volta del soffitto, che dormiva indisturbato. Doveva aver preso un Tavor vista l’indifferenza assoluta per il brusio delle persone presenti di fronte la riva del buio laghetto. Qui, l’amico che stava con me, notato l’interessante soggetto, mi dice: “fammi luce con la tua pila che gli faccio una bella foto senza il flash”. Lo vedo puntare la digitale verso l’immobile e raccapricciante bestiola, avvolta nelle proprie ali come un involtino arabo in foglia di vite, zoomare e scattare con un clic quasi muto. Poi gli dico: “Beh? Allora ? Com’è venuta?”. Lui osserva il visore e la composizione dei pixel, si gira e mi fa: “Sai, temo che l’immagine sia venuta mossa”.
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