21 dicembre 2004

Dialogo di Natale

Aveva occhi chiari la ragazza, di una bella tonalità verdeazzurra, che impreziosiva un viso piccolo e tondo con due morbide labbra carnose. Lentiggini sparse qua e là sul nasino le regalavano un’aria sbarazzina malgrado l'età non sembrasse poi così giovane. Sicuramente doveva essere una studentessa universitaria. Una di quelle tipette fuori corso prossime ai trent’anni, se avete capito il genere, che l’Università di Trieste ama accogliere nel proprio grembo senza curarsene più di tanto. E già con qualche lieve ruga sotto le palpebre furtive. Pur non standole particolarmente vicino emanava un profumo dolciastro, da autunno con le foglie marce, e la sciarpa di seta vezzosamente annodata al collo, odorava d’incenso. Le mie narici, sensibili quanto quelle di un segugio, mi spedirono prontamente un segnale d’insofferenza all’azzardo di quel cocktail d’odori. I suoi capelli, ricci e rossobruniti, avrebbero potuto benissimo armonizzarsi con il vicino paesaggio carsico durante la stagione del sommaco.


“Quanto leggi?” mi chiese.“Beh, in media almeno un libro al mese me lo sparo” risposi.
Dal suo sguardo ammirato capivo che non mi considerava così male.
“E di musica invece? Ne ascolti?”“Oh, beh, di norma tenderei molto al jazz. Senza particolari confini.”
“Davvero? Oddddio!!! Pure io!! E’ un genere che adoro!!”
Devo dire che stavo incominciando davvero a guadagnare punti e il “tlac-tlac-tlac” del mio “contatore di ego” iniziò ad incrementare con buona lena. Ancora un po’ e avrei guadagnato il primo bonus. Già le sue labbra sembravano inturgidirsi e le acquose pupille dilatarsi con riflesse in esse le luci dei neon della via.
Effetti del jazz, mi dissi.“e… quale strumento ti piace ascoltare di più?”Sorrisi con una smorfia beffarda provando meraviglia per ciò che mi stavo lasciando uscire. Pensai che in fondo era pur sempre una che non conoscevo per nulla e che probabilmente non avrei mai più reincontrato. Forse.
“Quelli a fiato… mi mandano in estasi”.
La vidi sorridere e mi parve lo sguardo per un istante abbassarsi verso la patta dei pantaloni. Aveva indubbiamente compreso l’allusione e mi vergognai della greve spiritosata. Sapevo crear di meglio.
“Ho capito… insomma… Coltrane, Davis, Gillespie”. Riprese a guardarmi.
“Satchmo, Chet Baker, Rava” aggiunsi all’elenco.

Fece un respiro profondo e assunse immediatamente una posa che mi parve neutra. Meno complice. Le sue labbra si stirarono in un nuovo sorriso. Freddino. Avvertii quel brivido di fastidio che già conoscevo e che mi aspettavo.
“Che dici allora? Lo firmiamo?"
Guardai il foglio della casa editrice di libri per corrispondenza pinzato sulla cartella rigida che teneva in mano. Devo dire che trovo sempre doloroso deludere qualcuno. Fosse anche per un gioco o per lo sfizio fugace di una conversazione a mani in tasca, con una sconosciuta a caccia di qualche firma di adesione al club della cultura best-seller. Ma stavo solo e volevo semplicemente riscaldare l’aria fredda con il tepore del mio fiato, mentre mi aggiravo senza meta tra le luci a festa dei negozi. Tra pochi giorni sarebbe stato Natale e per un istante, un ultimo rapido istante, in quegli occhi ho desiderato smarrirmi per non ritrovarmi più. Belli veramente. Lei però non ricambiò. Quel suo sguardo mi aveva già abbandonato per andare a posarsi con un nuovo sorriso a qualcosa che avvertii sopraggiungere alle spalle .

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