31 dicembre 2004

Tsunami

Avevo così tanta voglia di unirmi ai vostri sorrisi stasera
e scusatemi se ho spento le micce dal mio cuore
un’immensa onda di tristezza mi ha travolto.

Siamo dentro valigie vuote a galleggiare nel fango
un paradiso finto che è divenuto reale inferno
un mondo di schiaffi definitivi senza più carezze.

Siamo fragili palafitte crollate
sopra piloni di false sicurezze.

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21 dicembre 2004

Dialogo di Natale

Aveva occhi chiari la ragazza, di una bella tonalità verdeazzurra, che impreziosiva un viso piccolo e tondo con due morbide labbra carnose. Lentiggini sparse qua e là sul nasino le regalavano un’aria sbarazzina malgrado l'età non sembrasse poi così giovane. Sicuramente doveva essere una studentessa universitaria. Una di quelle tipette fuori corso prossime ai trent’anni, se avete capito il genere, che l’Università di Trieste ama accogliere nel proprio grembo senza curarsene più di tanto. E già con qualche lieve ruga sotto le palpebre furtive. Pur non standole particolarmente vicino emanava un profumo dolciastro, da autunno con le foglie marce, e la sciarpa di seta vezzosamente annodata al collo, odorava d’incenso. Le mie narici, sensibili quanto quelle di un segugio, mi spedirono prontamente un segnale d’insofferenza all’azzardo di quel cocktail d’odori. I suoi capelli, ricci e rossobruniti, avrebbero potuto benissimo armonizzarsi con il vicino paesaggio carsico durante la stagione del sommaco.


“Quanto leggi?” mi chiese.“Beh, in media almeno un libro al mese me lo sparo” risposi.
Dal suo sguardo ammirato capivo che non mi considerava così male.
“E di musica invece? Ne ascolti?”“Oh, beh, di norma tenderei molto al jazz. Senza particolari confini.”
“Davvero? Oddddio!!! Pure io!! E’ un genere che adoro!!”
Devo dire che stavo incominciando davvero a guadagnare punti e il “tlac-tlac-tlac” del mio “contatore di ego” iniziò ad incrementare con buona lena. Ancora un po’ e avrei guadagnato il primo bonus. Già le sue labbra sembravano inturgidirsi e le acquose pupille dilatarsi con riflesse in esse le luci dei neon della via.
Effetti del jazz, mi dissi.“e… quale strumento ti piace ascoltare di più?”Sorrisi con una smorfia beffarda provando meraviglia per ciò che mi stavo lasciando uscire. Pensai che in fondo era pur sempre una che non conoscevo per nulla e che probabilmente non avrei mai più reincontrato. Forse.
“Quelli a fiato… mi mandano in estasi”.
La vidi sorridere e mi parve lo sguardo per un istante abbassarsi verso la patta dei pantaloni. Aveva indubbiamente compreso l’allusione e mi vergognai della greve spiritosata. Sapevo crear di meglio.
“Ho capito… insomma… Coltrane, Davis, Gillespie”. Riprese a guardarmi.
“Satchmo, Chet Baker, Rava” aggiunsi all’elenco.

Fece un respiro profondo e assunse immediatamente una posa che mi parve neutra. Meno complice. Le sue labbra si stirarono in un nuovo sorriso. Freddino. Avvertii quel brivido di fastidio che già conoscevo e che mi aspettavo.
“Che dici allora? Lo firmiamo?"
Guardai il foglio della casa editrice di libri per corrispondenza pinzato sulla cartella rigida che teneva in mano. Devo dire che trovo sempre doloroso deludere qualcuno. Fosse anche per un gioco o per lo sfizio fugace di una conversazione a mani in tasca, con una sconosciuta a caccia di qualche firma di adesione al club della cultura best-seller. Ma stavo solo e volevo semplicemente riscaldare l’aria fredda con il tepore del mio fiato, mentre mi aggiravo senza meta tra le luci a festa dei negozi. Tra pochi giorni sarebbe stato Natale e per un istante, un ultimo rapido istante, in quegli occhi ho desiderato smarrirmi per non ritrovarmi più. Belli veramente. Lei però non ricambiò. Quel suo sguardo mi aveva già abbandonato per andare a posarsi con un nuovo sorriso a qualcosa che avvertii sopraggiungere alle spalle .

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20 dicembre 2004

Stazione di servizio

Tre anni da poco compiuti e un folto casco di capelli ricci color del fuoco a bruciargli in testa. Gira ininterrottamente tra il soggiorno, la cucina e l’atrio d’ingresso, a cavallo della macchinetta gialla, mulinando gambe senza posa. La guida è sicura e precisa tra le sedie e il divano. Le piccole mani sterzano il volante blu con perizia consumata. Ad ogni giro incrocio il suo sorriso. Gli occhi: due pozze di acqua azzurra. Ogni passaggio un sorso a rinfrescare il cuore. Improvvisamente si ferma e aspetta. Dico: “Facciamo il pieno di benzina?” Il mucchio di lentiggini si muove in un sì convinto e da sotto il sedile preleva tre monete e me le lascia. Afferro allora un oggetto qualunque e simulo l’inserimento della pompa nel serbatoio con una mano mentre l’altra mostra le dita per il conteggio del carburante. Ad ogni dito levato un litro. Al terzo litro mi fermo. Vedo le gambe pronte a muoversi e prima che scattino chiedo ancora: “Scusi, l’olio l’ha già messo?”. Si volta impaziente e risponde seccato: “Si". Pausa. Poi riprende: "Anche il sale”.

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