prologo noir
Il bambino è fermo, ritto, un minuscolo capotto giallo all’angolo della grande piazza che s’affaccia al mare. Il profumo dello zucchero filato lo avvolge. Il bambino già pregusta il momento in cui la nuvola appiccicosa, avvinta allo stecco tenuto fra le dita, litigherà con il bordo salivato della sciarpa stretta al collo. La mamma cerca monete dentro la borsetta. Il bambino, paziente, volge lo sguardo al cielo. Un gabbiano lotta contro la bora a mezz’aria proprio nel mezzo della piazza al tramonto illuminata dalla fioca luce blu di faretti immersi nel cemento che la fanno sembrare una pista di atterraggio. Le ali dell’uccello si oppongono ai gelidi soffi mettendosi lievemente di taglio per non stallare. Il bambino punta lo sguardo al becco dell’animale che, affaticato, lascia cadere qualcosa a terra. Il gabbiano con un grido che muta in gemito stridulo s’allontana alla vista. Le gambe del bambino muovono verso il punto in cui c’è la cosa caduta. Praticamente al centro della piazza che dà sul mare. Il bambino si ferma e osserva la cosa ai suoi piedi. Sorride dentro la sciarpa. A terra una biglia biancorossa con un dischetto scuro sulla superficie, non perfettamente sferica e dalla parvenza molliccia. Il bambino pensa che un giocattolo simile se l’era fatto comprare dalla nonna giusto una settimana prima per la festa di San Nicolò. Una di quelle palline gommose e gelatinose piene di venuzze che fanno schifo alle bambine. Il bambino si piega sulle ginocchia e raccoglie la cosa. Non sente nulla. Non sente la mamma avvicinarsi. Non sente la frase:”Santiddio ma quante volte ti ho detto che non devi mai raccogliere nulla da terra?”. Sente solo il vento e, con esso dietro sé, un respiro breve, mozzato. Poi è urlo. Violento. A liberare orrore e raccapriccio.
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