22 novembre 2004

Perchè scrivo?

Perchè scrivo? Non sono sicuro di sapervelo spiegare. Anche perché non me lo sono mai chiesto. Non scrivo nemmeno molto. Di certo scrivo su tutto e dappertutto. Posso graffiare una penna sul foglio o percuotere dita (rigorosamente non più di due ) sulla tastiera di un PC; pigiare gommosi tastini e inviare poesiole bonsai dal cellulare; strimpellare canzoni con testi autoprodotti vestiti da un giro di do scordato o spedire e-mail epistolari degne di un amante dell’ottocento. Insomma scrivere per me risulta essere un esercizio giocoso oltre che comunicativo. E non lo faccio per esibizione né per produrre qualcosa di vendibile. Non credo che potrei farlo di mestiere. Ancorare il mio concreto sostentamento quotidiano alla labilità di una qualunque forma di creatività, per quanto mi riguarda, lo ritengo impensabile oltre che fonte di notevole ansietà. Però così mi diverto. Ho iniziato una ventina di anni fa i primi timidi tentativi di racconto e produzione di testi vari con esiti più o meno felici. Fu appena abbandonato i banchi della scuola e la ricorrente oppressione dei componimenti in classe e ricordo come un incubo quelle pagine piegate a metà onde permettere alla penna rossa o blu dell’insegnante di apporvi le proprie correzioni degne dei migliori graffiti metropolitani. Oggi scrivere è divenuta la mia piccola ginnastica zen nemmeno tanto quotidiana e neppure tanto ordinata. Mi capita a volte che mi venga pure il coraggio di far leggere qualcosa del mio mondo ad accomodanti amici (accuratamente selezionati ovvio) e mi aspetti di rimando rassicuranti commenti compiaciuti. Quando avviene ringrazio l’ipocrisia dei più. In fondo credo lo facciano soprattutto per il mio bene.

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01 novembre 2004

prologo noir

Il bambino è fermo, ritto, un minuscolo capotto giallo all’angolo della grande piazza che s’affaccia al mare. Il profumo dello zucchero filato lo avvolge. Il bambino già pregusta il momento in cui la nuvola appiccicosa, avvinta allo stecco tenuto fra le dita, litigherà con il bordo salivato della sciarpa stretta al collo. La mamma cerca monete dentro la borsetta. Il bambino, paziente, volge lo sguardo al cielo. Un gabbiano lotta contro la bora a mezz’aria proprio nel mezzo della piazza al tramonto illuminata dalla fioca luce blu di faretti immersi nel cemento che la fanno sembrare una pista di atterraggio. Le ali dell’uccello si oppongono ai gelidi soffi mettendosi lievemente di taglio per non stallare. Il bambino punta lo sguardo al becco dell’animale che, affaticato, lascia cadere qualcosa a terra. Il gabbiano con un grido che muta in gemito stridulo s’allontana alla vista. Le gambe del bambino muovono verso il punto in cui c’è la cosa caduta. Praticamente al centro della piazza che dà sul mare. Il bambino si ferma e osserva la cosa ai suoi piedi. Sorride dentro la sciarpa. A terra una biglia biancorossa con un dischetto scuro sulla superficie, non perfettamente sferica e dalla parvenza molliccia. Il bambino pensa che un giocattolo simile se l’era fatto comprare dalla nonna giusto una settimana prima per la festa di San Nicolò. Una di quelle palline gommose e gelatinose piene di venuzze che fanno schifo alle bambine. Il bambino si piega sulle ginocchia e raccoglie la cosa. Non sente nulla. Non sente la mamma avvicinarsi. Non sente la frase:”Santiddio ma quante volte ti ho detto che non devi mai raccogliere nulla da terra?”. Sente solo il vento e, con esso dietro sé, un respiro breve, mozzato. Poi è urlo. Violento. A liberare orrore e raccapriccio.

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