Perchè scrivo?
Perchè scrivo? Non sono sicuro di sapervelo spiegare. Anche perché non me lo sono mai chiesto. Non scrivo nemmeno molto. Di certo scrivo su tutto e dappertutto. Posso graffiare una penna sul foglio o percuotere dita (rigorosamente non più di due ) sulla tastiera di un PC; pigiare gommosi tastini e inviare poesiole bonsai dal cellulare; strimpellare canzoni con testi autoprodotti vestiti da un giro di do scordato o spedire e-mail epistolari degne di un amante dell’ottocento. Insomma scrivere per me risulta essere un esercizio giocoso oltre che comunicativo. E non lo faccio per esibizione né per produrre qualcosa di vendibile. Non credo che potrei farlo di mestiere. Ancorare il mio concreto sostentamento quotidiano alla labilità di una qualunque forma di creatività, per quanto mi riguarda, lo ritengo impensabile oltre che fonte di notevole ansietà. Però così mi diverto. Ho iniziato una ventina di anni fa i primi timidi tentativi di racconto e produzione di testi vari con esiti più o meno felici. Fu appena abbandonato i banchi della scuola e la ricorrente oppressione dei componimenti in classe e ricordo come un incubo quelle pagine piegate a metà onde permettere alla penna rossa o blu dell’insegnante di apporvi le proprie correzioni degne dei migliori graffiti metropolitani. Oggi scrivere è divenuta la mia piccola ginnastica zen nemmeno tanto quotidiana e neppure tanto ordinata. Mi capita a volte che mi venga pure il coraggio di far leggere qualcosa del mio mondo ad accomodanti amici (accuratamente selezionati ovvio) e mi aspetti di rimando rassicuranti commenti compiaciuti. Quando avviene ringrazio l’ipocrisia dei più. In fondo credo lo facciano soprattutto per il mio bene.
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