Sulle strade del Che
In questi giorni nelle sale si proietta un film bello e romantico. Un film che narra di due ragazzi, due amici per la pelle, che affrontano l’impresa di un viaggio attraverso il sudamerica, sopra una motocicletta scassata che arranca su strade, di polvere o di neve, che da Buenos Aires portano a Caracas. Un viaggio che diviene espressione sincera della loro intima vita un attimo prima che la Vita stessa li accolga a sé definitivamente e li trasformi in ciò che poi sono realmente diventati. C’è voglia di incontro, scoperta e avventura qui. Di trascinarsi dietro uno zaino come casa. Di incontrare il prossimo con un sorriso e le mani tese pronte all’aiuto. C’è il bisogno di varcare la personale linea d’ombra con l’adesione persino mistica ad un concreto progetto di vita e di dedizione ad una causa fatta di sostegno e solidarietà verso il debole.
In questo film veniamo a conoscere Ernesto, il Che, qualche anno prima dell’adesione alla causa rivoluzionaria cubana. E’ un ragazzo argentino di buona famiglia borghese prossimo alla laurea in medicina. Un po’ timido con le donne e incapace di riconoscere un passo di tango da uno di salsa. Abbiamo modo di seguirlo durante la sua esperienza toccante ed umana di servizio in un lebbrosario e di capire parecchio della sua passione per la gente, per la scrittura e del suo amore inesausto per la lettura. Un giovane ragazzo colto, forte nello spirito quanto indebolito nel corpo da una malattia cronica, l’asma, che lo affliggeva.
Non ho mai indossato una maglietta con il suo volto stampigliato, né ho mai posseduto un poster sulle pareti della mia cameretta da ragazzo, ma capisco perché possa essere diventato un mito per generazioni intere di giovani. E continua ad esserlo ancora oggi. Malgrado si viva in un mondo dove troppo spesso ormai anche i migliori sogni diventano merchandise.
In questo film veniamo a conoscere Ernesto, il Che, qualche anno prima dell’adesione alla causa rivoluzionaria cubana. E’ un ragazzo argentino di buona famiglia borghese prossimo alla laurea in medicina. Un po’ timido con le donne e incapace di riconoscere un passo di tango da uno di salsa. Abbiamo modo di seguirlo durante la sua esperienza toccante ed umana di servizio in un lebbrosario e di capire parecchio della sua passione per la gente, per la scrittura e del suo amore inesausto per la lettura. Un giovane ragazzo colto, forte nello spirito quanto indebolito nel corpo da una malattia cronica, l’asma, che lo affliggeva.
Non ho mai indossato una maglietta con il suo volto stampigliato, né ho mai posseduto un poster sulle pareti della mia cameretta da ragazzo, ma capisco perché possa essere diventato un mito per generazioni intere di giovani. E continua ad esserlo ancora oggi. Malgrado si viva in un mondo dove troppo spesso ormai anche i migliori sogni diventano merchandise.
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