bianco e nero
Sabato mattina stavo guidando per rientrarmene a casa dal supermercato dopo aver acquistato un po’ di “prelibatezze” da far ingoiare al mio microonde, quando una visione mi ha riportato in un lampo indietro di almeno trent’anni.
Quello che mi è apparso dinnanzi, al di là del parabrezza, è stata la visione di una Fiat bianchina decappottabile, di colore azzurrocielo, con all’interno due “felliniane” testoline femminili corredate di foulard e occhiali da sole d’ordinanza. Giuro. Pareva la materializzazione di una fotografia prelevata da una delle riviste Grand Hotel che si potevano leggere allora. Le due donne? Una sorta di Thelma and Louise della dolce vita euganea. Stupende. Le ho seguite per un po’ osservandone il posteriore (dell’auto s’intende) e il sempre fascinoso (per me) quadratone di targa nera con i numeroni bianchi.
Ipnotizzato non ho trovato il coraggio di effettuare il volgare sorpasso.
Il tutto è durato nemmeno un chilometro ma tanto m’è bastato per riandare con i ricordi alla mia infanzia. Quella dei tempi della mitica Prinz NSU verde acquamarina (che gusto di colori allora) di mio padre e di quando, una volta l’anno, si affrontava l'"epica traversata est-ovest e ritorno" lungo l’autostrada A4 (forse chiamata così perchè vi transitavano all'epoca si e no 4 automobili ogni ora) tra Monfalcone e Milano.
E mi è tornato alla mente tutto: le levataccie all’alba per la partenza, con la strada ancora al buio i primi chilometri; l’odore dolciastro dei sedili dell’auto, mischiato al profumo dei panini ai salumi e formaggi, che avremmo mangiato durante le soste necessarie a far raffreddare il motore; le assolate piazzole sul ciglio corredate di panchine e tavolino di cemento con adeguato praticello intorno (nell’esatto punto dove sarebbe sorto, di lì a poco, un più efficiente e omologante autogrill); le spalle e la nuca di mio padre con l’impugnatura delle sue mani sul volante nella posizione canonica delle ventitré e dieci, come si conviene a coloro che fossero ancora freschi di patente (una posizione che, ad oggi, a quasi settanta anni, egli non ha ancora abbandonato)…
Vabbè.
Può bastare così.
Capita che a volte un po’ di ricordi di infanzia, una mattina di un sabato qualunque, ti taglino all’improvviso la strada grazie al passaggio di un’automobilina azzurra. E chissà quelle due dove stavano andando. Felici e spensierate come l’epoca che hanno voluto richiamare.
Ho lanciato loro l’ultimo sguardo prima di svoltare per entrare nel mio quartiere. E ho pensato che dietro la prossima loro curva ci sarebbe stata forse ad attenderle una fotografia in bianco e nero gigante, di quelle con il bordo bianco dentellato e l’immagine un po’ sbiadita e graffiata. Là dietro, proprio dietro la curva, in mezzo la strada che porta ai colli.
Quello che mi è apparso dinnanzi, al di là del parabrezza, è stata la visione di una Fiat bianchina decappottabile, di colore azzurrocielo, con all’interno due “felliniane” testoline femminili corredate di foulard e occhiali da sole d’ordinanza. Giuro. Pareva la materializzazione di una fotografia prelevata da una delle riviste Grand Hotel che si potevano leggere allora. Le due donne? Una sorta di Thelma and Louise della dolce vita euganea. Stupende. Le ho seguite per un po’ osservandone il posteriore (dell’auto s’intende) e il sempre fascinoso (per me) quadratone di targa nera con i numeroni bianchi.
Ipnotizzato non ho trovato il coraggio di effettuare il volgare sorpasso.
Il tutto è durato nemmeno un chilometro ma tanto m’è bastato per riandare con i ricordi alla mia infanzia. Quella dei tempi della mitica Prinz NSU verde acquamarina (che gusto di colori allora) di mio padre e di quando, una volta l’anno, si affrontava l'"epica traversata est-ovest e ritorno" lungo l’autostrada A4 (forse chiamata così perchè vi transitavano all'epoca si e no 4 automobili ogni ora) tra Monfalcone e Milano.
E mi è tornato alla mente tutto: le levataccie all’alba per la partenza, con la strada ancora al buio i primi chilometri; l’odore dolciastro dei sedili dell’auto, mischiato al profumo dei panini ai salumi e formaggi, che avremmo mangiato durante le soste necessarie a far raffreddare il motore; le assolate piazzole sul ciglio corredate di panchine e tavolino di cemento con adeguato praticello intorno (nell’esatto punto dove sarebbe sorto, di lì a poco, un più efficiente e omologante autogrill); le spalle e la nuca di mio padre con l’impugnatura delle sue mani sul volante nella posizione canonica delle ventitré e dieci, come si conviene a coloro che fossero ancora freschi di patente (una posizione che, ad oggi, a quasi settanta anni, egli non ha ancora abbandonato)…
Vabbè.
Può bastare così.
Capita che a volte un po’ di ricordi di infanzia, una mattina di un sabato qualunque, ti taglino all’improvviso la strada grazie al passaggio di un’automobilina azzurra. E chissà quelle due dove stavano andando. Felici e spensierate come l’epoca che hanno voluto richiamare.
Ho lanciato loro l’ultimo sguardo prima di svoltare per entrare nel mio quartiere. E ho pensato che dietro la prossima loro curva ci sarebbe stata forse ad attenderle una fotografia in bianco e nero gigante, di quelle con il bordo bianco dentellato e l’immagine un po’ sbiadita e graffiata. Là dietro, proprio dietro la curva, in mezzo la strada che porta ai colli.
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