30 giugno 2004

W i PC (Pensionati Competenti)

Ho passato un dopo pranzo domenicale di una sagra paesana a chiacchierare amabilmente con un logorroico pensionato al quale, poi, s’è aggiunto mio padre (pensionato pure lui ma molto meno logorroico ve lo assicuro). Di cosa credete abbiamo conversato? Di pensioni? Televisioni? Di panchine e piccioni? No. Di Computer. Quaranta minuti di informazioni e consigli (loro) sul miglior uso di word, excel, tabulati e calcoli automatici. Su come automatizzare la stampa di un’agenda di indirizzi sulle buste da lettera, su come fare i migliori fotomontaggi e i grafici a torta. Mi hanno raccontato dei loro corsi di informatica attivati dalle loro banche in quanto soci. Cosa fanno lì e quanto durano le lezioni. Quanto è bravo o meno l’istruttore rispetto loro autodidatti convinti o, spesso, per necessità. Ho avvertito un entusiasmo genuino e una passione vera. L’iconografia del pensionato al parco, o rimbambito davanti al televisore, è pura leggenda. Ma si sapeva. Questi hanno fame di conoscenza e voglia di mantenersi allenato il cervello anche con una creatività fatta di semplici uni e zeri. E fanno dell’uso sapiente della tecnologia informatica la loro bandiera. Noi giovani di belle speranze foraggiamo di RAM e Gigabyte i nostri PC per crearci realtà virtuali sempre più sofisticate. Viviamo di sparatutto, di fantasy e di sport simulato da un gamepad. Questi invece partono magari da Windows 3.1 e con esso crescono e perfezionano il loro piccolo ma concreto quotidiano fatto di conti e bollette da registrare, di foto di famiglia e filmini da riversare. C’è una saggezza ed una sapienza della vita che si rende manifesta anche seduti (canuti) davanti al monitor.

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23 giugno 2004

Sulle strade del Che

In questi giorni nelle sale si proietta un film bello e romantico. Un film che narra di due ragazzi, due amici per la pelle, che affrontano l’impresa di un viaggio attraverso il sudamerica, sopra una motocicletta scassata che arranca su strade, di polvere o di neve, che da Buenos Aires portano a Caracas. Un viaggio che diviene espressione sincera della loro intima vita un attimo prima che la Vita stessa li accolga a sé definitivamente e li trasformi in ciò che poi sono realmente diventati. C’è voglia di incontro, scoperta e avventura qui. Di trascinarsi dietro uno zaino come casa. Di incontrare il prossimo con un sorriso e le mani tese pronte all’aiuto. C’è il bisogno di varcare la personale linea d’ombra con l’adesione persino mistica ad un concreto progetto di vita e di dedizione ad una causa fatta di sostegno e solidarietà verso il debole.

In questo film veniamo a conoscere Ernesto, il Che, qualche anno prima dell’adesione alla causa rivoluzionaria cubana. E’ un ragazzo argentino di buona famiglia borghese prossimo alla laurea in medicina. Un po’ timido con le donne e incapace di riconoscere un passo di tango da uno di salsa. Abbiamo modo di seguirlo durante la sua esperienza toccante ed umana di servizio in un lebbrosario e di capire parecchio della sua passione per la gente, per la scrittura e del suo amore inesausto per la lettura. Un giovane ragazzo colto, forte nello spirito quanto indebolito nel corpo da una malattia cronica, l’asma, che lo affliggeva.

Non ho mai indossato una maglietta con il suo volto stampigliato, né ho mai posseduto un poster sulle pareti della mia cameretta da ragazzo, ma capisco perché possa essere diventato un mito per generazioni intere di giovani. E continua ad esserlo ancora oggi. Malgrado si viva in un mondo dove troppo spesso ormai anche i migliori sogni diventano merchandise.

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21 giugno 2004

bianco e nero

Sabato mattina stavo guidando per rientrarmene a casa dal supermercato dopo aver acquistato un po’ di “prelibatezze” da far ingoiare al mio microonde, quando una visione mi ha riportato in un lampo indietro di almeno trent’anni.
Quello che mi è apparso dinnanzi, al di là del parabrezza, è stata la visione di una Fiat bianchina decappottabile, di colore azzurrocielo, con all’interno due “felliniane” testoline femminili corredate di foulard e occhiali da sole d’ordinanza. Giuro. Pareva la materializzazione di una fotografia prelevata da una delle riviste Grand Hotel che si potevano leggere allora. Le due donne? Una sorta di Thelma and Louise della dolce vita euganea. Stupende. Le ho seguite per un po’ osservandone il posteriore (dell’auto s’intende) e il sempre fascinoso (per me) quadratone di targa nera con i numeroni bianchi.
Ipnotizzato non ho trovato il coraggio di effettuare il volgare sorpasso.
Il tutto è durato nemmeno un chilometro ma tanto m’è bastato per riandare con i ricordi alla mia infanzia. Quella dei tempi della mitica Prinz NSU verde acquamarina (che gusto di colori allora) di mio padre e di quando, una volta l’anno, si affrontava l'"epica traversata est-ovest e ritorno" lungo l’autostrada A4 (forse chiamata così perchè vi transitavano all'epoca si e no 4 automobili ogni ora) tra Monfalcone e Milano.
E mi è tornato alla mente tutto: le levataccie all’alba per la partenza, con la strada ancora al buio i primi chilometri; l’odore dolciastro dei sedili dell’auto, mischiato al profumo dei panini ai salumi e formaggi, che avremmo mangiato durante le soste necessarie a far raffreddare il motore; le assolate piazzole sul ciglio corredate di panchine e tavolino di cemento con adeguato praticello intorno (nell’esatto punto dove sarebbe sorto, di lì a poco, un più efficiente e omologante autogrill); le spalle e la nuca di mio padre con l’impugnatura delle sue mani sul volante nella posizione canonica delle ventitré e dieci, come si conviene a coloro che fossero ancora freschi di patente (una posizione che, ad oggi, a quasi settanta anni, egli non ha ancora abbandonato)…
Vabbè.
Può bastare così.
Capita che a volte un po’ di ricordi di infanzia, una mattina di un sabato qualunque, ti taglino all’improvviso la strada grazie al passaggio di un’automobilina azzurra. E chissà quelle due dove stavano andando. Felici e spensierate come l’epoca che hanno voluto richiamare.
Ho lanciato loro l’ultimo sguardo prima di svoltare per entrare nel mio quartiere. E ho pensato che dietro la prossima loro curva ci sarebbe stata forse ad attenderle una fotografia in bianco e nero gigante, di quelle con il bordo bianco dentellato e l’immagine un po’ sbiadita e graffiata. Là dietro, proprio dietro la curva, in mezzo la strada che porta ai colli.

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17 giugno 2004

capolinea

Vorrei ancora illuminare
con un gesto d'amore
il buio muto di questa sera

consumare la rimanente cera
di questa candela
con i nostri lontani ricordi

ma restiamo qui sordi
e incapaci persino
di sfiorarci la mano

quanto è lontano il tuo sguardo
e il calore compagno di un gesto atteso
che mi sorprenda lento

siamo due rondini nere
senza ali nè primavere
che più ricordano l’abbraccio del vento.

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14 giugno 2004

Voyeur

Ieri pomeriggio mentre me ne stavo bello disteso sulla sdraio, a sudare sotto la canicola di un’estate finalmente avviata, unto di olio abbronzante agli aromi di cocco e peli fritti, indossando un doveroso paio di Ray-ban a protezione e tenendo in mano un bel libro, da mandar giù a capitoli interi tra una pennica e l’altra, ho voltato (non so perché) lo sguardo e ho notato apparire, seminascoste dal fogliame, certe rotondità appetitose. Ho posato lo sguardo, amorevole e voglioso, per alcuni secondi e ho lasciato che il desiderio... dei pomodorini pachino, finalmente comparsi sulla pianta in vaso posta sul terrazzo di casa, mi afferrasse senza inibizioni. Non vedo l’ora di gustarne la polpa.

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10 giugno 2004

dicono sia per dopodomani

Visto che il mercoledì si paga di meno ieri sera con alcuni amici sono entrato dentro un cinema, mi sono seduto sulla comoda poltrona al buio e ho visto…

cadere dal cielo cubetti che paiono appena rovesciati da un freezer, distese di ghiaccio polari che si spezzano come wafers, metropoli trasformate in vasche da bagno, la Statua della Liberta (ma quante ne ha subite ormai poverella?) seppellita fino al collo da una neve immensa.
Dicono possa accadere dopodomani (the day after tomorrow infatti è il titolo) se continuiamo così, con i nostri dissennati sprechi e la nostra scarsa cura e attenzione per le tematiche ambientali.

Il film, stilisticamente parlando, effetti speciali a parte, è una boiata pazzesca però… Non so voi ma io lo split del condizionatore, questa estate, mi sforzerò di accenderlo il più tardi possibile.

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02 giugno 2004

Una storia vera

Ogni tanto mio fratello tra un film tibetano ed uno indiano tiene qualcosa per cui vale la pena vivere (o perlomeno da vedere una sera da soli seduti sul divano). Gli ho prelevato da casa sua un filmetto in dvd che, credetemi, l'ho trovato davvero grazioso. Tanto per cominciare è: Un road-movie americano dove al posto delle rombanti Harley c'è una asfittica motofalciatrice che percorre una distanza che va dall'Iowa al Wisconsin (immaginatevi una Padova-Roma via E45). Il protagonista calza in testa un bel cappellone sotto il sole e fa così strada (tanta strada) e poi incontri (bei incontri) dove assapora il gusto genuino dell'accoglienza nelle difficoltà. Le tappe del suo cammino sono scandite da bivacchi serali solitari o in compagnia di viandanti occasionali (ci sta pure un prete che, incuriosito, gli si avvicina portandogli del pasto caldo). Il protagonista è un vecchio di settanta anni che, come racconta, ha negli occhi ancora le immagini della guerra combattuta quand'era giovane. Il suo scopo è quello di raggiungere il fratello malato per una riconciliazione dopo dieci anni di vicendevole rancore. Due fratelli separati dalla vita senza alcun dialogo o incontro. Il film è di David Lynch ed è poetico ma non melenso, struggente ma non sdolcinato, lento ma non annoiante. Alla fine ti sembra di aver viaggiato assieme e quando il fratello, con il groppo alla gola, guardando la motofalciatrice gli dice: "E tu, per me, hai fatto tutta questa strada?" pure io, all'unisono con il protagonista, ho risposto: "sì".

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01 giugno 2004

Che faccio? Vado?

Prima o poi doveva succedere perchè la tentazione è sempre stata forte. Scrivere su un blog. Perchè? Non saprei spiegarlo davvero e comunque ci sono già sociologi che iniziano a darci le loro spiegazioni su questo fenomeno di "grafomani egocentrici e un po' esibizionisti". La definizione è mia ma non è così lontana dal vero credo. Comunque queste sono le prime brevi righe tanto per iniziare. Poi, presa la mano, ne scorreranno a fiumi (di righe intendo che per il vino casa mia, per chi mi conosce, è sempre aperta). Non so bene ancora cosa scriverò qui. Non so neanche se lo userò come diario intimo personale per pochi amici "eletti" o lo condividerò con una comunità virtuale più ampia. Vado a braccio. Non aspettatevi immagini fantasmagoriche, musichette, giochetti visivi e grafica raffinata. Amo la sostanza e lo stile essenziale e scarno. Partiamo.

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