05 marzo 2008

La casa dalle cento stanze.

Lo squarcio, così buio, così orrido e inquietante stà dinnanzi a loro. A meno di dieci centimetri dalla punta delle loro Nike. Francesco guarda giù e trattiene a stento un brivido ma fa in modo di non darlo a vedere. Salvatore, da dietro, osserva e istintivamente s’appoggia al fratello maggiore quasi a voler chiedere protezione e a farsi scudo.
Sarebbe bastato davvero un nulla scivolare di sotto.
Francesco raccoglie un grosso pezzo di calcinaccio e lo getta dentro le fauci del pavimento.
Un secondo, due secondi, un tonfo.
“Saranno dieci metri almeno, o forse anche di più”, calcola Francesco.
“E tu come lo sai?”, chiede Salvatore.
“L’ho imparato a scuola. Esiste una formula che usa il tempo che un peso impiega a cadere, così puoi calcolare approssimativamente l’altezza o la profondità”.
“Wow, bello!”, dice Salvatore. “Così potevo calcolare l’altezza dell’albero da dove sei caduto, quando sei andato a rubare le ciliege nel campo della famiglia Sciancalepore, la scorsa settimana”.
“Sei un cretino”. Francesco spinge lontano da sé il fratello simulando fastidio per l’irriverente sfottò.
“Papà è ancora arrabbiato per questo, lo sai no?”. Salvatore si guarda attorno come dovesse attendersi l’apparizione del padre nella penombra della stanza abbandonata, poi chiede:
“Quante stanze pensi ci siano qui?”.
“Gli altri che l’hanno esplorata tutta dicono più di cento”, risponde Francesco.
“E hai intenzione di vederle tutte? Guarda che qui sta facendo buio e non ci sono lampadine funzionanti”.
“Tu puoi rimanere qui ad aspettarmi o tornare a casa da solo se hai così paura”.
Salvatore stringe con forza la mano del fratello. Non gli va di rimanere solo senza la sua abituale presenza. Non c’è niente di più bello di avere un fratello maggiore coraggioso con il quale dormire assieme la notte per poi giocare di giorno e magari anche farsi proteggere se necessario. A volte si è chiesto come sarebbe la sua vita senza suo fratello. Come si fa a giocare da soli?
“Lo sai che papà ora forse ci picchierà entrambi per essere scappati fuori dall’auto senza nemmeno voltarci?”.
“Era solo un piccolo strappo su un maglione. Non lo sopporto quando ci rimprovera così. Lo odio quando tenta di alzare le mani”.
“Magari mamma stanotte gli parla, sai come lo fa lei, e a lui gli passa. E poi mamma è bravissima a ricucire i vestiti”.
Salvatore tira a sè la mano del fratello cercando di allontanarlo dal bordo del pauroso buco e nel farlo volge lo sguardo per non vedere. Alla mente gli sovviene un ricordo di un documentario scientifico con Piero Angela che raccontava di buchi neri nello spazio dove nemmeno la luce, una volta inghiottita, riusciva più ad uscire.
Francesco si china ad afferrare tre assi di legno, che prima coprivano a malapena la spaccatura, e le dispone sopra con cura a copertura completa dell'abisso.
“Ecco, ora stanno al loro posto. Chissà perché prima non stavano così. Avremmo davvero potuto finirci dentro Salvatore”. Si pulisce le mani impolverate sulla stoffa ruvida dei jeans e poi appoggia il braccio sulla spalla del fratello.
“Usciamo di qui stronzetto, si ritorna a casa”.
La casa dalle cento stanze è sempre stata l’attrattiva proibita dei ragazzi del paese. C’è chi si vanta di averle visitate tutte quelle stanze. Chi racconta che nell’ultima, in fondo in fondo, nel buio senza finestre, ci sia disteso uno scheletro senza testa. Non passa settimana che le autorità di paese non mandino qualcuno a chiudere gli infissi con i chiodi, a lucchettare con catene le porte, a murare varchi e pertugi, ad apporre divieti. Ma non c’è ostacolo che si possa frapporre alla curiosità e fame di avventura di un ragazzo o di un bambino che stia nei paraggi di qualcosa di proibito. In nessuna parte del mondo.
Salvatore e Francesco, fuoriusciti nel cortile da uno dei tanti varchi di quei muri decrepiti, si voltano verso la casa per l’ultima volta. La tentazione di rimanere lì, ancora un po’, è forte. Una voce roca, adulta, volteggia nell’aria. Di essa si percepisce il suono terminale: “…. Toreee!…”.
La casa dalle cento stanze abbandonate sembra osservare le schiene dei ragazzini allontanarsi.
Una finestra all’ultimo piano sbatte il battente con un gemito e una tegola dal tetto scivola giù, come una lacrima.
Intorno solo silenzio inframmezzato dal suono del vento tra gli interstizi.
E un senso di calma e placida attesa …

Etichette:

06 febbraio 2008

Ceneri

Sei seduto sulla scomoda panca di legno verniciato. Il tuo sguardo si rivolge all’abside dell’edificio. La lunga fila di teste, che si chinano dinnanzi al sacerdote a ricevere il pizzico di cenere sul capo, sta per concludersi. Lei, mentre si volta per rientrare al suo posto, la riconosci. Un po’ a fatica visti gli anni ormai passati, il suo viso segnato dal tempo e il taglio dei capelli allora impensabile. In braccio porta una bambina, non più di un anno e mezzo. Gli occhi, luminosi, sono quelli suoi.
Hai ripreso a frequentare la Chiesa senza capire veramente il motivo. Forse solo per staccare da una quotidianità di giorni tutti uguali. O perché lì dentro, per un’ora almeno, lasci fuori i tuoi pensieri ossessivi e puoi abbandonarti ad ascoltare il cuore.
Una volta, fino ai vent’anni almeno, sei stato davvero più convinto ma poi ti sei perso.
Ci sono amori che ti assorbono carnalmente e mentalmente. Ci sono amori totalizzanti, ai quali succube soccombi. Amori che trasformano e modificano il proprio essere per fondersi nell’altro. Poi un giorno ti risvegli dal coma e fuggi. O, meglio, vedi fuggire lei soprattutto.
Lontani senza più voglia di aver a che fare l’uno dell’altra. Tanto ci si sentiva indispensabili prima quanto superflui e inutili poi. Ogni cosa ha il suo tempo e c’è il tempo giusto per ogni cosa. Dicono. Chi di saggezza popolare o luoghi comuni s’intende.
La vedi mentre carezza e bacia la piccola che ora piange, forse ormai stanca di starsene in braccio.Tu osservi il tutto con il distacco scientifico di chi studia i gesti esatti di qualcosa che sarebbe potuto essere. Ti immagini al loro fianco. Al posto dell’uomo che ora sta stringendo e giocando con le piccole dita paffute.
Sarebbe bastato davvero un nulla allora. Una distrazione fatale qualunque. Molti la chiamano provvidenza o così-ha-voluto-il-destino.
Lei ha fatto sempre scudo a ciò sguainando tutto il repertorio medico farmacistico per evitare la sciagura. Perché così la considerava allora: una atroce sciagura. E te lo disse una sera con uno sguardo gelido e inesorabile: “Non provarci nemmeno che abortisco”.
L’anno del referendum sulla 194 tu hai siglato una scheda, lei l’opposta. Non te l’ha mai perdonata.
Oggi sei ancora un single con desideri da padre in un mondo di padri che vorrebbero tornar single. Lei, una femminista feroce che s’è ammansita dopo una gravidanza desiderata per anni. Dicono che abbia molto pregato ed ora è felice come una figliola prodiga.
La Messa è finita e li vedi alzarsi sorridenti. Ti alzi pure tu e in fretta ti volti per non rischiare di doverla incrociare mentre, con due colpi secchi di fastidio, levi l’ultima traccia di cenere donata caduta sulle spalle. E vorresti quasi che fosse forfora.

Etichette:

21 dicembre 2007

Il tuo più bel regalo


La reticella che si stende sopra la balaustra del terrazzo di casa è ora in parte divelta. Da quel buco lui è passato e non è più ritornato. La tua testa, lì, ci arriva appena.
Dicono che sia volato, ben quattro piani di morbidezza di salto, e prima o poi torna. E’ già più di una settimana che non si vede. Mamma continua a telefonare a “vetrinai” o “veternari” o come caspita si chiamano. L’ascolti parlare di immondizia e le vedi gli occhi lucidi.
Il papà ha stampato la foto del suo bel muso bianco e nero ed è sceso in strada per attaccarla ad un palo sottocasa. Sei sceso ad aiutarlo anche tu.
E’ l’ennesimo disegno che colori con il pastello nero. Nell’astuccio i rimanenti sono ancora intatti. Circiondolo, quel suo nome lunghissimo da imparare, hai impiegato tre buoni anni per riuscire a dirlo correttamente. All’udirlo lui, bene o male, si voltava lento e si lasciava docile afferrare. Zitto e buono, mai un lamento, un gemito infastidito, una unghiata che fosse una.
Per lui eri il suo piccolo re e ti ubbidiva fiero malgrado fosse stato fino al tuo arrivo il principe più coccolato di casa.
Le notti trascorse acciambellato davanti la culla. Nessuna gelosia di te. Magari qualche speranza di carezza in più, un po’ di fusa aggiunte per l’istintivo timore di sentirsi trascurato.
Ti ha insegnato a camminare a “gattoni” e tu, lui, a “quattromani”.
Le prime palline rotolate sotto le poltrone te le ha riportate lui.
Parecchie volte ha rischiato di farsi calpestare la coda dalle ruote della tua macchinina a pedali.
Oggi la stanza ti sembra vuota pur sommersa da peluches inanimati. Non c’è orso o cagnolino finto che possa sostituirsi al suo pelo caldo e pulsante.
La maestra dice che sembri avere la testa da qualche parte. Bella scoperta! Vorresti ben vedere, lei, al tuo posto.
Fuori, dalla finestra dell’aula, altri gatti in giardino ma lui non c’è. A te non piace lamentarti e quel magone che senti lo trattieni dentro.
Solo ieri, esasperato, hai sgridato mamma: “Basta! Mi fai venire da piangere se parli ancora!” . Stop. Gli adulti sanno capire. Mamma ti ha guardato e ha capito che era ora di lasciarti da solo con questa cosa per te nuova e strana. Il dolore di aver perso qualcosa a cui si tiene come e più di se stessi. Non è un cartone animato questo dove ti basta schiacciare i tasti di un telecomando per spegnere e ripartire da capo come fosse successo nulla.
Sulla letterina sai bene quale desiderio vorresti scrivere anche se mamma ti inviterà a chiedere altro.
Chissà perché a Natale si finisce sempre per esaudire i desideri sciocchi e inutili. Quelli veri che senti nascere dal cuore non li regalano mai..
E’ solo un dannato grosso gatto sbilenco dal nome impossibile che, nel breve tempo di un graffio di vita, ti ha lasciato solo senza un perché.
E’ così che vorresti tanto pensarla.
Poi un giorno lontano capiterà di ripensare a lui inghiottito dal buio di una notte a pochi giorni da Natale. Comprenderai quanto la sua presenza fedele ti abbia aiutato in seguito a riconoscere e capire le persone vere, che sono quelle che, come ha fatto lui, sanno volerti bene senza chiedere nulla in cambio.
E, credi, nessun dono da amico potrà mai essere più prezioso di questo.

Etichette:

11 novembre 2007

coperta d'autunno

La circonvallazione ovest è, come ogni mattino, un serpente infinito di auto e odore di fumo di scarico. La donna avverte un dolore fastidioso al collo del piede. Sono i crampi di una che calza scarpe con il tacco e si costringe a lavorare, di punta e tallone, sulla frizione. A fianco il figlio di otto anni, cinturato, gioca con il game boy. Il suono dei bottoni si mescola alle voci provenienti dall’autoradio. Dietro, la figlia di tre anni, cinturata, tiene in grembo una bambola avvolta in una piccola coperta di lana e si porta continuamente il dito alla bocca.
Piove fuori. Non in modo forte, ma piove. E fa freddo come sa fare freddo una autunnale giornata qualunque. Il tergivetro viaggia e pulisce il parabrezza con il suo ritmico gemito di spazzole consunte.
La coda delle auto è lenta come sempre. Esasperante più che mai. Per fare mezzo chilometro e entrare in città ci vogliono una quarantina di minuti sicuri. La donna lo sapeva che non avrebbe dovuto uscire di casa più tardi del solito in quanto si sarebbe trovata imbottigliata nel sicuro, abituale, ingorgo di pendolari del volante. Ma la piccola aveva pianto perché voleva la coperta per la bambola e nessuno riusciva a ricordare dove fosse finita dentro casa.
Ora, con un gomito appoggiato al finestrino e con il palmo della mano a sostenere il capo, la donna cerca di trattenere il desiderio di chiudere gli occhi e di addormentarsi dov’è. Pensa tra sé a quanto sarebbe bello che le auto, con qualche diavoleria elettronica, si regolassero tra loro autonomamente mantenendo le distanze di sicurezza e permettendo ai conducenti così, la libertà di movimento, di riposo o di lettura simile a come quando si viaggia in treno. Aveva letto qualcosa di questo in un articolo scientifico ma esso diceva che sarebbe potuto avvenire tra non meno di una quindicina d’anni.
Una quindicina d'anni di code quotidiane.
Il suono del clacson dell’auto dietro la sua la distoglie bruscamente dalle fantasticherie. Il semaforo, che si vede cinquanta metri avanti, è tornato verde e le macchine stanno rimettendosi in movimento. La donna spera intensamente di fare in tempo ad attraversare l’incrocio. Ma è un desiderio vano perchè il semaforo è già tornato rosso e questo la costringe a stare in pole position per il prossimo giro. Dietro di lei ancora il suono del clacson, a rimprovero infastidito, per non essersi buttata in mezzo l’incrocio lo stesso.
Trattiene dentro di sé l’imprecazione per non turbare i bambini e poi posa lo sguardo sul deflettore laterale.
“Ecco, ci mancava pure questa”. Dice tra sé.
Un ammasso di stoffe colorate coprono ora la visuale del finestrino. Una mano scura e lorda inizia a colpire la superficie di vetro mentre l’altra, la donna se ne accorge, conserva stretto al petto un corpicino piangente di pochi mesi.
Un senso di pena e orrore pervade la donna.
Come diavolo si fa ad andare per le strade con una creatura del genere in braccio? Verrebbe da prenderle a schiaffi queste qui!
L’ammasso di stoffa colorata emette un ghigno sdentato mentre invita la donna ad abbassare il finestrino.
La donna si chiede con ansia cosa può fare. Fuori piove con un freddo umido che ti entra nelle ossa. La borsetta, poggiata sul sedile posteriore, è irraggiungibile se non costringendosi ad uscire dall’auto. La donna pensa disperatamente ad una soluzione, a qualcosa che la giustifichi e la perdoni per quell’immobilismo costretto o, forse, nemmeno tanto. Il semaforo pare non essere mai stato rosso così a lungo. Il piede è poggiato sulla frizione pronto ad ingranare la marcia per scappare via lontano da quell’insostenibile imbarazzo.
S’avvede non subito del finestrino abbassato sul proprio lato mentre una mano si infila all’interno passandole davanti al viso. Trattiene l’urlo dentro di sé mentre vede il figlio consegnare, a quella mano disgustosamente puzzolente, la coperta precedentemente rubata alla bambola.
La donna riesce solo a dire: “Martino…”. Poi si volta dietro e incrocia gli occhi sgranati della bambina con in mano, tra le dita, il game boy .
Un moto di stizza le sale immediato. Il semaforo ritorna finalmente verde. Allora richiude il finestrino, ingrana la prima e a metà dell’incrocio inizia a gridare: “Martino!! Non ti permettere mai più…”
Il suono urticante del tergivetro la costringe ad agire sull’interruttore di spegnimento.Il bambino guarda oltre, lo sguardo serafico verso il cielo, e commenta: “Mamma, che bello, oggi mi sa che a ricreazione giochiamo fuori. E’ uscito un raggio di sole.”

Etichette:

29 ottobre 2007

respiri di scuola

Impugni la matita colorata e con uno sguardo al quaderno ed uno alla lavagna provi a far stare le ampie lettere in stampatello, come chioccioline un po' costrette, dentro i quadrettoni della pagina. Le dita bianche ti fanno un po’ male per lo sforzo di non sbordare troppo. Il giorno prima la maestra ti aveva accarezzato il capo e detto: "sei bravissimo, continua così" e ti ha fatto un bel sorriso.
A te piace la maestra di scrittura. Certo, non gioca con te come facevano le maestre della scuola materna, perché questo, da meno di una settimana, è ora davvero per te un mondo nuovo e anche un po’ strano.
A differenza di prima, di ieri, di quando eri piccolo, si stà molto più seduti al banco per ascoltare e se ti viene il bisogno di alzarti, anche solo per andare a fare pipì, devi prima alzare la mano e poi aspettare il tuo turno. Qui mica puoi saltellare all’improvviso urlando, con la mano sulla patta dei calzoni a stringere il pisello, come eravate abituati a fare prima. Come non puoi nemmeno decidere di vagare nella stanza dove ti pare o di andare ad infilarti dentro qualche accogliente lettino per un pisolino ristoratore.
Ma in fondo questo è anche un bel posto nuovo dove si possono fare tante nuove amicizie.

C’è, per esempio, il compagno di banco biondino con il quale ti trovi anche ad andare a calcio assieme, in un campo di gioco vero, con le porte da gioco vere, e i birilli disposti sull’erba da poter calciare in aria per scherzo e le casacche colorate da mettere, da togliere, da stropicciare e poi lanciarsele addosso per dispetto.
C’è l’altro compagno, anche lui simpatico, che stà una fila avanti a te e tiene la pelle più scura della tua, quello con il quale ti trovi per giocare al parco nel pomeriggio, quello che il primo giorno fuori dai cancelli ti si è presentato dicendo: "Come ti chiami?", e tu gli hai detto il tuo nome e poi lui ancora: "Vuoi essere mio amico?", e tu hai risposto: "si". Così, semplici e diretti. E poi siete entrati assieme tenendovi per mano e tu non hai mica visto che la mamma dietro te aveva le lacrime agli occhi.
E poi ci sarebbe pure quella compagna con i capelli ricci come i tuoi, che stamane ti ha consegnato un biglietto colorato a mano come invito a partecipare alla sua festa di compleanno in quel posto che anche a te diverte sempre tanto. A lei tu piaci ma mica ti ricordi subito bene il suo nome difficile ancora.

Ora, però, la maestra ha chiesto la vostra attenzione per comunicare una cosa a tutti quanti.

La vedi poi scomparire oltre la porta e inizi ad eseguire quello che vuole preciso come un soldato. Ti guardi intorno e t’aspetteresti che pure gli altri facessero altrettanto ma non sembra così. Poco importa. Tu sei uno che quando vuole essere ubbidiente ci tiene a far vedere che le cose siano fatte come si deve. Ti senti quasi più orgoglioso e superiore agli altri bambini. O forse magari no, esageri a pensarlo davvero, perché non ti senti mai superiore a nessuno. Però questo gioco (ma sarà un gioco poi?) lo fai anche se non ti piace molto. Anche se non è una cosa che ti fa proprio buffire come quando giochi con lo zio quando ti viene a trovare.

Ma tu guarda gli altri come si stanno muovendo disordinati che sembrano quasi scimmie del libro della giungla! Tu, al contrario, ti costringi a stare fermo e immobile senza muovere un dito. Ti chiedi chissà mai perché la maestra vi avrà chiesto di fare questa cosa. Forse per valutare chi ha i polmoni più grandi e capaci? Se sapessero, loro, quanto tempo potresti rimanere così! Al campeggio, quando ti tuffi in piscina, hai imparato bene a come stare completamente immerso nell’acqua senza bere.
Certo è che la scuola è proprio strana, pensi. Qui se la maestra non si sbriga a rientrare... Senti di avere il petto pronto a scoppiare, le guance sono gonfie come due arance e il cuore batte fortissimo. Ti chiedi se riuscirai a farcela a rimanere così ancora un po’. Per aiutarti nello sforzo provi a immaginare il sorriso della maestra, la sua carezza in capo e lo sguardo invidioso dei compagni.
C’è che però…C’è che i tuoi compagni lì attorno a te, adesso, li stai vedendo parecchio maluccio invece, ti giungono sfocati alla vista mentre ti fischiano fortissimo le orecchie. C’è che è strano che ora tutti ti stiano a guardare in silenzio e immobili. Ora qualcuno si agita e apre la bocca, ma tu non odi uscire alcun suono. Tutti tengono la bocca spalancata e ti vien quasi da ridere perché paiono tutti tanti Nemo nell’acquario. Credi che ti vogliano applaudire mentre dietro loro appare finalmente l’alta figura che attendevi e che però non pare mica così sorridente come ti saresti aspettato. Eppure è talmente chiaro che solo tu, unico tu, hai mantenuto fede all’ordine dato. Ora speri tanto di ricevere un bel giudizio scritto da mostrare felice alla mamma una volta a casa. Già avverti in bocca, per questo, il gusto dell’ovetto di cioccolato in premio.
Non riesci più a pensare oltre. Stremato apri le labbra, lasci la tua fronte precipitare sul banco e, boccheggiante e paonazzo, mentre aspiri famelico l’aria attorno, ti ritorna il ricordo lucido e preciso della esatta frase udita dalla tua maestra di scrittura prima di uscire: "… e mi raccomando bambini vi lascio soli un istante, rimanete perciò seduti buoni buoni, ognuno al proprio banco, e fino al mio ritorno non …FIATATE!".

Etichette:

04 ottobre 2007

Prendi il tuo volo

Fiumicino. Aeroporto internazionale. Il solito immutabile caos di valigie che trascinano persone ai banchi d’accettazione con gli altoparlanti che ululano informazioni di orari e numeri di gates per l’imbarco.
C’è solo il nastro del metal detector che separa il ragazzo dalle sale d’attesa dell’area partenze.
Lui guarda i genitori, osserva l’amico del cuore, stringe a sé la fidanzata.
-Sei sicuro allora di avermela venduta ad un prezzo giusto? Non preferivi forse ricavarci qualcosa di più?-
L’amico tiene tra le mani un mazzo di chiavi con il simbolo di una moto di lusso. E’ di un modello sportivo di grossa cilindrata.
-Non ti preoccupare, va bene così. Ho sempre saputo che ti sarebbe piaciuto averla così, piuttosto che attendere un acquirente qualsiasi e sconosciuto, ho preferito venderla ad un buon prezzo a te che sei mio amico.-
Risponde il ragazzo con un sorriso.
L’amico abbassa gli occhi un po’ arrossendo.
-Certo, grazie, è che però, non capisco… -
-Se è per questo non capisco nemmeno io! -
Alza la voce il padre a vincere il brusio confuso causato dal via vai dell’ampia sala.
-Quella moto te l’ho regalata nemmeno un anno fa come premio per la tua laurea ed ora hai deciso improvvisamente di rinunciarvi vendendogliela a lui incredibilmente sottocosto, ma lo sai che le quotazioni di Tuttoruote la danno… -
-Papà -
Lo interrompe il ragazzo.
-Non avrei avuto comunque il tempo necessario per attendere un acquirente più vantaggioso. Debbo partire ora e mi serve denaro urgente per starmene via un bel po’. -
-Ma avrei potuto finanziarti io questo tuo capriccio no? Lo sai che domani basta che faccia un salto in banca, che mi incontri con il direttore… -
-Papà, ti prego, lascia stare. E’ venuta l’ora che pensi a me stesso con i miei mezzi. Avete già fatto molto per me fino ad oggi e vi ringrazio immensamente. -
-E cosa dovrei fare invece con l’HiFi? E il notebook di ultima versione, il televisore al plasma , l’Home Theatre e tutti i tuoi cd che sono parecchie centinaia? -
Chiede di nuovo l’amico.
-Ti ho lasciato il numero di cellulare da chiamare. Lui è un tipo in gamba. Cura un negozio di prodotti ecosolidali e non solo. Ti dirà esattamente cosa fare di tutte le mie cose. Dice che troverà senz’altro il modo di ricavarne un altro bel po’ di soldi dalla vendita. E il tutto, come d’accordo, lo verserà poi in beneficenza. -
-Insomma, vuoi liberarti proprio di ogni tua cosa. Amico, tu hai preso una gran bella botta in testa, lasciatelo dire. -
-Tesoro… -
Il ragazzo volge lo sguardo verso la madre. Attendeva il momento per il quale la donna avrebbe preso la parola.
-Tesoro, ma nemmeno uno dei tuoi bellissimi costosi maglioni ti sei portato in valigia? Ora vestito così sembri quasi uno straccione nudo. -
Il ragazzo si avvicina e le lascia un bacio amorevole sulla guancia.
-E non sai quanto si sta meglio così, più liberi, mamma. -
Il padre fa cenno nervosamente ad una figura in attesa presso il nastro trascina oggetti.
-E’ solo colpa di quello là. Non capisco cosa ti ha detto per convincerti a questo. -
Il ragazzo si volta verso l’uomo che lo guarda sorridendo appartato.
-Padre Bernardo è mitico papà. Non lo conosci. Nessuno di voi lo conosce. Ma sappiate che sono sicuro di andare a vivere un’avventura e un’esperienza bellissima in sua compagnia, ovunque vorrà condurmi. -
L’altoparlante inizia ad emettere, gracchiando, una serie di lettere e numeri e ognuno avverte dentro sé un tuffo al cuore. Il ragazzo si volta verso la ragazza che fino ad ora gli era rimasta accanto stringendogli la mano.
-Credo che sia venuta ora che io mi avvii. Allora tutto deciso come d’accordo? -Le dice.
-Si. Ti raggiungo dopo Natale, lo prometto Francè. - Lei risponde.
La stringe a sé per non far vedere le sue lacrime di gioia. Avvicina la bocca all’orecchio e le sussurra :
-Allora conterò i giorni fino al tuo arrivo. Ti amo da impazzire, Chiara. -

Etichette:

31 agosto 2007

Famiglie


Giorni di ferie, di riposo montano, il sole s’appresta all’eterna quotidiana immersione dietro la sagoma delle vette nell’ora del tramonto. C’è un piccolo ruscello che scorre parallelo ad una cinquantina di metri dalla strada asfaltata che stai percorrendo.
In mezzo si frappone un breve pezzo di terreno boschivo di giovani ornielli.
Tra i chiari ed esili tronchi si muovono dodici zampe affusolate. Una famigliola di camosci è scesa dall’alto del monte per venire a dissetarsi proprio lì.
Può capitare di incontrarne, dicono, durante le prime ore dell’alba o un po’ prima che venga sera. Se tieni fortuna ovviamente.
Così oggi è proprio una di quelle giornate fortunate, pensi, appena ti appresti ad invertire il senso di marcia dell’auto per ritornare veloce al punto dell’avvistamento.
Fermi l’auto, indichi gli animali al bambino seduto al tuo fianco, e iniziate ad osservarli assieme, in silenzio, sperando che non s’accorgano della vostra invadente presenza.
Il cucciolo di camoscio drizza le orecchie e volge il muso alla strana creatura materializzata davanti a sé. Gli animali adulti paiono indifferenti e incuranti di ciò continuando invece a brucare l’erba o masticare qualche foglia dai rami bassi.
Il bambino con gli occhi sgranati e il naso incollato al vetro li osserva trattenendo il fiato.
Per un attimo lo sguardo del cucciolo e quello del bambino sembrano incrociarsi. Ma è solo un attimo perché l’animale, con uno scarto improvviso, gli volge le spalle e va ad affondare il muso sotto la pancia della madre in cerca di protezione.
Non appena la famigliola scompare definitivamente alla vista giri la chiave e riaccendi il motore.
"Hai visto allora che belli?" dici al bambino che ruota la testa all’indietro sperando di poterli rivedere ancora una volta.
"Si", ti risponde.
"Stasera a casa facciamo un bel disegno con i pennarelli di quello che hai visto ora. Ti va?"
"Si, e poi quando torniamo in città lo mostro anche a papà".
"Bravo. E’ una bella idea, così gli racconti che belle giornate di vacanze stai facendo qui in montagna".
"Si, mi piace tanto stare in montagna con te. Ma anche il mare dell’anno scorso, con papà, mi piace. Potrebbe venire a trovarmi qui?"
"Certo che può. Puoi chiedergli di venire, per una volta, se vuoi."
" E deve venire anche l’amica di papà?".
"Beh, penso che il tuo papà la voglia con sè non credi?"
"Allora saremo…" e inizia con le dita a contare, "tu con mamma,io, papà e lei. Poi anche i nonni?"
Sospiri.
"Va bene, pure i nonni. Ma allora li voglio tutti, d’accordo? Hai contato quanti sono?"
Sottovoce ripassa i nomi e si tocca di nuovo le dita poi dà la soluzione.
"Sono sette".
"Sette? Sicuro, sicuro?". Riprende a contare.
"No. Sono sei. I nonni sono sei. E cosa faremo poi?", dice.
"Oh, beh, magari ci cuciniamo un bel po’ di carne alla griglia come l’altro giorno. Ti piace la carne alla griglia mi pare. Vero?"
"Si. Ok".
Con la coda dell’occhio lo osservi che guarda un punto lontano fuori dal finestrino.
Sul sedile posteriore la borsa con la spesa del supermercato s’affloscia e fa scivolare tra i sedili il pacco di biscotti per la colazione.
Il bambino si volta per raccogliere.
"Posso mangiare uno di questi? Ho davvero un po’ di troppa fame."
Tu sorridi divertito per lo strafalcione linguistico e gli carezzi il capo dolcemente mentre l’auto supera il cartello di entrata al paese.
"Dai, un secondo di pazienza che siamo arrivati davanti casa e mi sa che la mamma ci sta già aspettando con la cena in tavola".
Il bambino ripone il pacco di biscotti nella borsa e porta la mano al pulsante di slaccio della cintura di sicurezza. Chiede:
"Anche quel piccolo camoscio, ora, è andato a cena?"
Da fermo ingrani la retro e mentre ti appresti a parcheggiare rispondi con lo sguardo fisso al lunotto posteriore:
"Naturalmente. Tutte le famiglie e gli animali della terra, la sera, si riuniscono per la cena".

Etichette: