La casa dalle cento stanze.
Lo squarcio, così buio, così orrido e inquietante stà dinnanzi a loro. A meno di dieci centimetri dalla punta delle loro Nike. Francesco guarda giù e trattiene a stento un brivido ma fa in modo di non darlo a vedere. Salvatore, da dietro, osserva e istintivamente s’appoggia al fratello maggiore quasi a voler chiedere protezione e a farsi scudo.Sarebbe bastato davvero un nulla scivolare di sotto.
Francesco raccoglie un grosso pezzo di calcinaccio e lo getta dentro le fauci del pavimento.
Un secondo, due secondi, un tonfo.
“Saranno dieci metri almeno, o forse anche di più”, calcola Francesco.
“E tu come lo sai?”, chiede Salvatore.
“L’ho imparato a scuola. Esiste una formula che usa il tempo che un peso impiega a cadere, così puoi calcolare approssimativamente l’altezza o la profondità”.
“Wow, bello!”, dice Salvatore. “Così potevo calcolare l’altezza dell’albero da dove sei caduto, quando sei andato a rubare le ciliege nel campo della famiglia Sciancalepore, la scorsa settimana”.
“Sei un cretino”. Francesco spinge lontano da sé il fratello simulando fastidio per l’irriverente sfottò.
“Papà è ancora arrabbiato per questo, lo sai no?”. Salvatore si guarda attorno come dovesse attendersi l’apparizione del padre nella penombra della stanza abbandonata, poi chiede:
“Quante stanze pensi ci siano qui?”.
“Gli altri che l’hanno esplorata tutta dicono più di cento”, risponde Francesco.
“E hai intenzione di vederle tutte? Guarda che qui sta facendo buio e non ci sono lampadine funzionanti”.
“Tu puoi rimanere qui ad aspettarmi o tornare a casa da solo se hai così paura”.
Salvatore stringe con forza la mano del fratello. Non gli va di rimanere solo senza la sua abituale presenza. Non c’è niente di più bello di avere un fratello maggiore coraggioso con il quale dormire assieme la notte per poi giocare di giorno e magari anche farsi proteggere se necessario. A volte si è chiesto come sarebbe la sua vita senza suo fratello. Come si fa a giocare da soli?
“Lo sai che papà ora forse ci picchierà entrambi per essere scappati fuori dall’auto senza nemmeno voltarci?”.
“Era solo un piccolo strappo su un maglione. Non lo sopporto quando ci rimprovera così. Lo odio quando tenta di alzare le mani”.
“Magari mamma stanotte gli parla, sai come lo fa lei, e a lui gli passa. E poi mamma è bravissima a ricucire i vestiti”.
Salvatore tira a sè la mano del fratello cercando di allontanarlo dal bordo del pauroso buco e nel farlo volge lo sguardo per non vedere. Alla mente gli sovviene un ricordo di un documentario scientifico con Piero Angela che raccontava di buchi neri nello spazio dove nemmeno la luce, una volta inghiottita, riusciva più ad uscire.
Francesco si china ad afferrare tre assi di legno, che prima coprivano a malapena la spaccatura, e le dispone sopra con cura a copertura completa dell'abisso.
“Ecco, ora stanno al loro posto. Chissà perché prima non stavano così. Avremmo davvero potuto finirci dentro Salvatore”. Si pulisce le mani impolverate sulla stoffa ruvida dei jeans e poi appoggia il braccio sulla spalla del fratello.
“Usciamo di qui stronzetto, si ritorna a casa”.
La casa dalle cento stanze è sempre stata l’attrattiva proibita dei ragazzi del paese. C’è chi si vanta di averle visitate tutte quelle stanze. Chi racconta che nell’ultima, in fondo in fondo, nel buio senza finestre, ci sia disteso uno scheletro senza testa. Non passa settimana che le autorità di paese non mandino qualcuno a chiudere gli infissi con i chiodi, a lucchettare con catene le porte, a murare varchi e pertugi, ad apporre divieti. Ma non c’è ostacolo che si possa frapporre alla curiosità e fame di avventura di un ragazzo o di un bambino che stia nei paraggi di qualcosa di proibito. In nessuna parte del mondo.
Salvatore e Francesco, fuoriusciti nel cortile da uno dei tanti varchi di quei muri decrepiti, si voltano verso la casa per l’ultima volta. La tentazione di rimanere lì, ancora un po’, è forte. Una voce roca, adulta, volteggia nell’aria. Di essa si percepisce il suono terminale: “…. Toreee!…”.
La casa dalle cento stanze abbandonate sembra osservare le schiene dei ragazzini allontanarsi.
Una finestra all’ultimo piano sbatte il battente con un gemito e una tegola dal tetto scivola giù, come una lacrima.
Intorno solo silenzio inframmezzato dal suono del vento tra gli interstizi.
E un senso di calma e placida attesa …
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